I viaggi di Janusz capitolo v

Lunedì 2 maggio 2016

A CASA DI JORDANIE

Mi lanciano un avviso prima di scostare la tenda. 
Quando la scostano, ho una sensazione di tabernacolo aperto, di esposizione al Santissimo. 
Si sono fatti di lato uno a uno, sorridendo, come a ostendere  il loro bene maggiore. 
Ed eccola nella penombra, un berretto caldo che sovrasta due occhietti bene a fuoco, la piccola Jordanie, un ragnetto magrissimo dagli arti contratti, piegati da un Picasso ubriaco. 
Ho visto molti paraplegici in vita mia, ma mai una ragazza in queste condizioni, che non descriverò nei dettagli. Mi limito ad alcuni brevi elementi. 
Ha 14 anni. È nata qui, vale a dire all'interno di questa baracca in mezzo ai campi. 
Non c'era né medico né ostetrica. Da 14 anni vive qui dentro. Non è mai stata in un ospedale, in una città, in una scuola. 
Non si è mai mossa da questo piccolo appezzamento. Non possiede una sedia a rotelle per farsi spostare per la frazione. Dicono che è intelligente e capisce tutto. 
È dolcissima. Mi studia. Abbassa gli occhi. Ha il cranio molto piccolo per avere 14 anni. Non sa leggere. Non ha mai fatto un disegno. Loro riescono a capire i suoi versi, le sue contorsioni. È fisicamente piccola, o forse così pare a me perché mi devo accovacciare per carezzarla e baciarla. Chiedo perché il cappello. Rispondono per il freddo, che qui in montagna e in questa stagione è di casa. La tengono riguardata Jordanie, che se avesse freddo potrebbe non dirlo, e se si ammalasse potrebbe non superarlo. 

Sa di buono Jordanie. La tengono pulita, avendo a disposizione unicamente l'acqua piovana raccolta in un bidone fuori. Mi offrono dell'acqua. Non faccio caso a una voce che mi dice di scusarli, ma non c'è frutta, non c'è altro, speriamo che l'acqua non ti faccia male. Trangugio e continuo a fissare Gesù in terra. La ragazzina gira gli occhi per ogni dove evitando di incontrarmi. Timida e confusa, non può fare altro che lasciarsi studiare. Mi passa per la mente di domandarmi che sta provando mentre voci adulte raccontano in sua presenza che no, non si è potuto fare nulla per lei. 

Jordanie è la nipote dell'amico che mi ha condotto qui. Mi allontano di qualche passo e gli chiedo perché lei ha passato tutta la sua vita qui, adagiata sulla terra così. Alza le spalle e sospira, spiega che quando nacque lui aveva vent'anni, neanche un centesimo, e comunque cercò un ospedale che potesse accoglierla e provare a vedere se si poteva aiutarla, ma niente, non trovò niente, e si rassegnò, quindi da allora è così. Gli chiedo quanti paraplegici ci sono nei dintorni, in queste condizioni. Dice moltissimi, e non si vedono, le famiglie li nascondono per vergogna. 

Il villaggio di Jordanie poggia in una conca di forse quattrocento metri per trecento di buona terra agricola. Un prete cattolico ha aiutato la comunità, e c'è qualche segno di sviluppo. I campi sono coltivati in piccolissimi appezzamenti, forse 20x20 metri, evidentemente di proprietari diversi. La terra nera trasuda le abbondanti piogge di queste settimane. Qualunque pianta qui non può che crescere velocemente. Riconosco alla vista piantine di patate, cipolle, fagioli, bieta. La stagione bagnata produce ortaggi in quantità. La stagione secca distrugge quasi tutto ciò che non è raccolto prima.  

Non c'è elettricità qui. Non c'è trasformazione di prodotto, né alcuna forma di conservazione. Si consuma quanto non si vende al mercato, dove le verdure sono trasportate a braccio o a dorso di asino. Per arrivare qui ho viaggiato per sette ore su mezzi sempre più improbabili, mano a mano che si fermava anche l'ultimo tap-tap e le stesse moto infine si arrendevano su piste strette e poi spazzate via dagli uragani. 

La pista di accesso ha costeggiato alcune cave dove uomini con picconi si innalzano a decine di metri dal fondo per incidere la montagna e strapparle un pietrisco bianco da costruzione, senza sicurezze, piedi cercando equilibri a dieci centimetri dall'abisso, colpendo e ancora colpendo la parte friabile. È la stessa friabilità che non consente alle piste di resistere alle acque, la stessa che giornalmente si arrende all'erosione che porta l'ultimo vitale humus a valle. 

Mi fanno visitare altre frazioni. In una, dove a occhio conto cinque o sei baracche, mi indicano una tettoia dove accedono ben 180 bambini dai cinque ai nove anni. La popolazione supera le 2000 anime, contro le cinquanta che avrei immaginato. 

Rientrando scambio opinioni con il mio amico. 
Concordiamo i prossimi passi. 
Tenteremo con un primo progetto di realizzare un serbatoio per l'acqua piovana da 10.000 metri cubi, vale a dire 50x50x 4 metri di altezza. 
Per quella comunità, che identifico come San Bernard, significherà non precipitare stagionalmente in miseria, produrre dodici mesi l'anno, risparmiare nei sei mesi di secca a ogni persona sopra i sette anni un percorso bigiornaliero di cinque chilometri in discesa verso la fonte, cinque in salita con 30-40 litri di secchi d'acqua. Propositi. 
Trovare un ingegnere per fare il progetto, quantificare il cemento e i metri di canali per intercettare le piogge. Se il Signore vuole il monastero avrà una lungodegenza per Jordanie e altre persone come lei. Cresceremo e costruiremo quanto il Signore vorrà, e sarà una lungodegenza povera, ma con un pavimento pulito, una cura assidua, musica e colore, un tentativo di scolarizzazione, e moltissimo affetto e amore. 

Per i fondi partiamo da zero ma qualcosa di sicuro accadrà. Rivedo la sua mano che mi saluta, il suo sguardo incredibilmente materno bei miei confronti. 

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Janusz Gawronski

www.gasmuha.org


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