I viaggi di Janusz III capitolo

La moto mi abbandona ai lati di una roggia fetida, e scappa via. Avrei voluto che guidasse più lentamente, ma aveva paura delle rapine di strada. 

Sono nella favela. Qui c'è dio. E c'è una ruspa che arretra sulla spianata di macerie e spazzatura. A guidarla un italiano, che chiamerò Ernesto, promettente imprenditore emiliano. La sua prima volta qui fu nel 2013. Venne con mille dubbi, solo perché venivamo già in quattro, specificando che lui non avrebbe mai cambiato vita, che le donne sarebbero sempre state parte del suo ménage, e per lui solo comfort, viaggi e hotel a cinque stelle. Tornò scosso. Haiti aveva parlato. Ora mi sta a qualche metro in cima a due decine di tonnellate di ferraglia attempata. Sotto la sua guida ancora cauta il bestione compie manovre, raschiando la spianata. Ernesto deve imparare  oggi a condurre la pala meccanica da un altro italiano che rimpatria domani. Mi riconosce e sorride. Sorrido anche io. Urla che deve togliere le macerie. Già, le macerie. Portate da migliaia di camion per coprire 40 anni di discarica unica della spazzatura di Port-au-Prince. Dopo il 12 gennaio 2010 le macerie sono il bene meno costoso in città: 13 USD per un camion da venti metri cubi, trasporto e scarico inclusi. Gli anni passano e Wharf Jeremie resta sempre lo stesso impasto di persone, macerie e spazzatura. Queste macerie sono qui da due anni circa, mentre Ernesto è qui da un anno esatto: ha mollato tutto, ha scelto. Ridevamo alle candide manovre di seduzione del padre fondatore: - Sai condurre una fattoria? Ti comprerò cinquanta ettari. - Gli occhi del missionario luccicavano, cercando di suscitare nella mente del nostro amico quella terra promessa. Noi ci scambiavamo occhiate complici. Battute a parte, funzionò.

Ernesto, domando quando mi raggiunge, perché sei qui? Risponde con un sibilo, ma determinato: - Su esplicita richiesta di dio, la chiamata era chiara e non ho avuto scelta, ne andava della mia salvezza. - Respira. Mi domanda di me. - Tu piuttosto, quante ore preghi al giorno? 

Trattengo il fastidio per questa domanda. - Al giorno? Venticinque. 
Mi incalza. - Che fai qui Janusz? 
Esito a dirla tutta. Tutta sarebbe: sono qui per aprire un monastero. Opto per una espressione meno arrogante ai suoi orecchi da neoconvertito. - Sono qui per capire se il signore davvero desidera che io stabilisca una presenza in qualche area povera. 
Non è soddisfatto. È un Ernesto nuovo e diverso quello che mi affronta. Mi rendo conto che vede un problema generale in me, insanabile qualunque cosa io dica. Guarda fissamente di fronte a se, in tensione. Un cavallo pronto a scalciare. 
Riprende - Ma hai fatto un discernimento? Con un padre spirituale? - Ora è un fiume in piena, Ernesto. - Non ha senso che tu venga a Haiti se non hai fatto un discernimento! E il difficile sai cos'è? Non è trovarlo, perché per quello basta cercarlo, ma il difficile poi è ubbidire, fare quello che dice lui, quello è il difficile!

Si è girato sul finire della tiritera.  Ha svolto l'obiezione già udita cento volte. Mi guarda indeciso. Lo avverto combattuto fra senso di amicizia e sfida. L'amicizia me la deve, se non altro per averlo trascinato io qui. Ora però sembra incattivito, un talebano come il suo capo. È suo il Cristo che cammina meglio sulle acque, che lava l'anima più bianco. Inutile discutere. Ci sarà modo, quando avrà dei dubbi. Adesso no. Adesso è una mente resettata, per definizione nel giusto, è felice, per ordine del padre spirituale. Non mi viene neanche in mente di abboccare a questa sfida fra insicuri, io che da sempre mi sento sporco, e ora più che mai.  Mi balenano domande. Perché per forza un padre spirituale? Perché nostro signore ci ha dato l'intelligenza - e che intelligenza! - se poi riteniamo giusto e doveroso affidarci senza giudizio personale ai pareri di un altro? Perché chiamare padre, padre spirituale, uno che non è nostro padre, e segue un dio che ci ha chiaramente detto che il padre è soltanto quello nei cieli, e che siamo tutti fratelli, tutti sullo stesso piano? A che serve lo Spirito santo, al quale credo assolutamente, quello Spirito che parlava dentro le persone, se adesso in sua vece la voce di dio è appaltata per definizione a sedicenti quanto a volte inetti "padri spirituali "? Sai, - dico in verità - l'ho cercato a lungo senza trovarlo, davvero, è un dono che non sempre arriva. Comunque è un dono. Si vede che io devo camminare da solo. 

Non è convinto. Dice ancora che avrei dovuto fare un discernimento vero. Alla fine gli dico letteralmente che sono in discernimento da cinquantasei anni, e chiudo il discorso. 

Guarda quello che abbiamo realizzato qui! - conclude - una cosa del genere è per forza opera di dio!
Certo, - rispondo tranquillo - e certamente il Padre Fondatore  sarà beatificato per direttissima. Ma questo non significa che tutto quello che rappresenta e sostiene la missione è oro colato. No? 

Si rabbuia. Il discorso lo porta a attivare la successiva risposta pavloviana: - la chiesa è fatta di uomini, certo. 

Tu piuttosto, Ernesto. Come ti senti? 
Bene in certi momenti, in altri come adesso meno - risponde d'impeto - cioè è stata molto dura all'inizio, i primi tre mesi, - si corregge - mentre ora va bene. 

Non sono interamente convinto. La prima risposta è quella che conta. Va bene pregare. Vanno molto bene i poveri. Mentre parliamo stanno sfilando quasi novecento bambini che anche oggi avranno la pancia piena, e questo a Wharf Jeremie è un vero miracolo. Ma uno sveglio come lui non sopporterà a lungo di essere tritato psichicamente e intellettualmente da un'organizzazione che non riconosce la presenza di dio se non sotto il controllo del proprio fondatore e di alcuni a volte eccellenti e a volte modestissimi seguaci. 

Passo le successive due ore dalla splendida suor Marcella Catozza, una che è qui al Wharf Jeremie dal 2005, e si è smazzata tutta l'ostilità iniziale della criminalità locale. Le hanno ammazzato già due stretti collaboratori. L'hanno minacciata. Hanno chiesto e ottenuto il pizzo dai dipendenti del suo orfanotrofio, "se vogliono uscire vivi dalla bidonville quando la attraversano e rincasano alle cinque della sera", finché Marcella li ha scoperti, e cacciati. Avrò modo di raccontare di lei in separata sede. 

Nel pomeriggio assisto a una riunione di COPDIH, una ONG amica. Siamo in sette, nell'aula presa in prestito di una scuola. Non si sente assolutamente nulla di quello che viene detto, perché fuori è in corso un acquazzone inimmaginabile da noi. La mia moto non può arrivare. Attendo, ipnotizzato dalla furia dell'acqua. Per venti minuti domina su tutto il rumore dei fendenti di pioggia sui tetti di lamiera. L'acqua è dappertutto, trasporta giù di tutto. Molti escono a posizionare bidoni vuoti sotto le falde dei tetti, per approfittare di in pieno gratuito. Una megera scopre il seno e inizia a lavarsi, senza soggezione. 

Infine il diluvio arretra, e mi avvio a piedi per cercare la moto. Mi affianca un angelo di nome Mikaela, un peso mosca che nel 2010 fu estratta viva da sotto una soletta di cemento crollata, che miracolosamente si era fermata a quindici centimetri, giusto la circonferenza del suo piccolo teschio, ma non abbastanza in alto per quella del fratello, che le moriva accanto. 

Ci sono tre capre intorno a me. La pioggia termina. Torrenti urbani portano a valle di tutto. Non voglio pensare alle baracche del Wharf, inondate di acqua e fogna. Ora la gente per strada si inginocchia a liberare dalla abbondante spazzatura i tombini, affinché le infinite piscine stradali possano ridursi. È un fatto di sopravvivenza: sotto l'acqua, in mezzo alla strada, può esserci di tutto: pietre, buche, voragini aperte per più metri. Non è il caso di affidarsi alla memoria. Neanche agli haitiani arride la fine del topo. 

È calato il buio. Ho Chamany in braccio mentre digito queste note sul cellulare. Piove più di prima. Non riuscirò a rientrare a casa mia stanotte. Batteria al 9%. Manca la corrente. Devo chiudere.

Janusz Gawronsky,
dall'isola della Gonave,
Haiti
www.gasmuha.org

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