L'ultimo racconto di un combattente

 Una persona speciale. ..

Speciale per me, per la mia famiglia e per tutti quelli che hanno avuto l'onore di conoscere. Guglielmo 97 anni a fine anno. Valsesiano di Riva Valdobbia. 
Per me, per mio fratello, mia sorella, i miei nipoti , i miei figli, ma sopratutto per la mia mamma, un grande faro e punto di riferimento. 
Lo voglio riscrivere così, senza cambiare una virgola, dal suo modo di esprimersi.Alpino Jachettì Guglielmo
Alpino, ha combattuto su tutti i fronti, da lui i racconti meglio descritti di un libro di storia. La guerra l'ha vissuta direttamente sulla sua pelle, combattuta. 


Da settembre 1963 un pilastro fondamentale del Seniolo, la cascina dove abbiamo convissuto per più di mezzo secolo. 

Guglielmo e Giusto, il mio babbo, amici inseparabili e sinceri, fino a quando il Signore non li ha divisi. 

Quando aveva un attimo la sua mente volava a ricordare i momenti più bui del secolo passato.
Come questo, ce ne ha raccontati tanti, fiero di avere portato a casa la pelle, fiero di poterlo raccontare a noi, ai suoi tre figli e 18 nipoti e pronipoti.
Fermi, impassibili ad ascoltarlo come fossero racconti mai potuti accadere per noi così piccini, ma con l'età, ben presto ce ne saremmo accorti che tutto quello che ci raccontava, il nonno Guglielmo, non erano delle semplici  favole...ma è storia


classe 1921 —

"Il mio lavoro è sempre stato nei boschi, abitavo a Cà dì Janzo, in ValVogna ed ero lì quando il giorno di Natale del 1939 è arrivata la cartolina, non avevo ancora 19 anni.
E’ arrivata anche a due del 1914, Carestia ed Florindo.
Sono andato a Vercelli e poi ad Aosta, alla Scuola Centrale di Alpinismo, specialità mortaista e lì sono rimasto sino all'aprile del 1940.
Poi mi hanno trasferito ad Intra, battaglione Intra, per completare i ranghi del battaglione dopo la campagna di Grecia.
Ho conosciuto il sergente Rigoni Stern, ma la vita di caserma era dura per gli scherzi pesanti: ribaltavano la branda e facevano i gavettoni, sono rimasto un mese.
Con me c'era uno di Morondo, il Vanzetti, che subiva sempre scherzi ed era un dormiglione, c'era anche il tenente Zappatini di Varallo.
Poi abbiamo fatto il campo in Valle d'Aosta; siamo partiti da Cogne e Vai di Reims, 8 giorni, poi in Val Grisance, 15 giorni, Val Savarance, 5 giorni (lì c'erano le marmotte che uscivano dalle tane in mezzo al campo) poi abbiamo fatto il ghiacciaio del Rutto fino ad arrivare al Piccolo San Bernardo quindi a La Thuille per 10 giorni.
Siamo scesi a Morgex dove è arrivata la richiesta per essere trasferito ad Aosta, io ed un valdostano. Arriviamo al gennaio 1941 e siamo partiti per Ragusa, in Jugoslavia; il compito era quello di fare rastrellamenti nei dintorni di Pljevlja perché lì la divisione Pustería era stata decimata.
Nell'estate del 1942 siamo andati a presidiare Foca ed abbiamo lavorato un mese per fortificarla con tronchi, camminamenti e terrapieni per prepararci per l'inverno.
Nell'aprile del 1943 siano stati circondati dai partigiani.
Un giorno, mentre ero di guardia alla polveriera  con altri due, arriva il momento di smontare ed allora rientro nella baracca e lì mi metto a giocare a carte, ricordo che faceva molto caldo.
Poi ci mettiamo a mangiare, di solito nella stessa gavetta, ma quel giorno per il caldo i due che erano con me  hanno voluto entrare nella buca dove dormivamo sotto terra per il fresco, io ero a tre, quattro metri da loro; ad un certo punto sentiamo un colpo di mortaio che è passato via, il secondo colpo arriva sui due e li uccide, a me non è successo niente.
I miei compagni erano Perino Ermenegildo di Coggiola e Severino Vernet Villanova Baltea.
Siamo stati liberati dall'accerchiamento dai tedeschi il 10 maggio 1943.
Quindi siamo andati a Sarajevo, sempre con un gran caldo e abbiamo fatto a piedi tutta la Bosnia Erzegovina.
Con me c'era sempre il mio amico Gens Michele, il Carestia e il Carrera di Boccioleto; il Gens ha poi aderito all'appello del colonnello Ravnich di andare a formare la Garibaldi con i partigiani di Tito, ne sono andati 10.000 e tornati 2 000.
Arriva l'8 settembre 1943 ed alla sera con il Gens scendiamo in paese per bere qualche cosa ma sentiamo una scarica di fucileria e le grida "è finita, è finita" al mattino il colonnello Marchesi (morto in Russia) ci raduna e ci spiega che la guerra cominciava da quel momento.
Allora siano andati a piedi fino a Danilograd e li c'erano i tedeschi che ci aspettavano per farci prigionieri.
Ricordo un tedesco che mi disse "aspettavamo la vostra fine!"; abbiamo consegnato le armi.
Tra di noi c'era il tenente Londino che prima di arrendersi si sparò su una mano, era della 42a batteria.
Proseguendo a piedi siamo arrivati, passando da Bugacevo a Ragusa dove ci hanno messo sulla tradotta per portarci verso la prigionia, ricordo che le camicie nere ci facevano il segno dell'ombrello ma poi furono loro a prenderlo; passando dalla Serbia siamo arrivati a Belgrado e lì ci hanno divisi; il mio cugino Jachetti di Alagna è rimasto prigioniero in Ungheria mentre io sono stato mandato in un campo chiamato Meppen.
Lì hanno cercato di convincerci di aderire alla RSI ma pochi si sono offerti.
Per noi la guerra era finita, non come i tedeschi che otto giorni prima della fine credevano ancora nella "nuova arma"che risolveva tutto.
Mi hanno messo a lavorare in fabbrica, ne ho girate tre: la prima costruiva locomotive, la seconda sempre in Renania a Colonia produceva manufatti in caucciù, l'ultima tessuti in seta credo per paracaduti; quando lavoravo nella tessitura dormivo in piedi.
Infine ci hanno mandato a liberare le macerie ed a fare opere di difesa sino a quando sono arrivati gli americani; erano le 5 del giorno 11 aprile 1945.
Da quel momento abbiamo fatto i vagabondi per la città perché non c'erano mezzi di trasporto per venire a casa.
Questo fino ad ottobre.
Sono stato il penultimo ad arrivare a casa, l'ultimo mio cugino Lazier che era prigioniero a Danzica in Polonia.
Un brutto episodio mi è successo a Varallo perché dopo essere stato ospitato dal Michelino Ferla, fratello dell'Aldo, ho voluto prendere la corriera per Alagna, ma il conducente, certo Eligio Micheletti, nonostante noi dovessimo essere trasportasti gratis, si è rifiutato di portarmi e me la sono fatta a piedi."

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