I viaggi di Janusz "Agricoltura fra le rocce"

AGRICOLTURA FRA LE ROCCE

9 maggio 2016

Giungo alla constatazione che Port du Bonheur, nel nord-ovest della Gonave, conosciuta in questi giorni come comunità serena sebbene in estrema difficoltà, è meritevole di uno sforzo per uscire dall'emergenza in cui storicamente versa. 
La considero una decisione presa, alla quale non possono che seguire atti materiali e immateriali di amicizia e cooperazione. 

Oggi abbiamo camminato a lungo per le campagne della zona. Ho voluto rendermi conto bene anche di questo aspetto che è tutt'altro che marginale: di che vivono, da dove arriva loro la sussistenza primaria. 

Emerge che più o meno tutti coltivano. La bassa costa antica si eleva dolcemente, di pietra in pietra, finché dopo alcune centinaia di metri le zone rocciose iniziano ad alternarsi con vallette di terra rossa, ampie da pochi ad alcune centinaia di metri, dove coltivare è possibile. 
Essendo in vigore una buona stagione delle piogge, il colpo d'occhio è fertile e quasi verdeggiante. Quando cesseranno le precipitazioni cesserà quasi la vita. 
Perché qui l'acqua, o meglio la sua presenza o mancanza, dominano le esistenze come un tempo il capriccio del faraone. 
Come ho già raccontato, tre e due anni fa è stato un dramma biblico, di cielo che negava l'acqua e la terra che espelleva i suoi figli verso la terraferma di Haiti, le famiglie divise, i poderi abbandonati, le folle urbane di disperati ingrossate. 
Accadde appena diciotto, ventiquattro mesi fa, per la banale assenza di qualche camion di cemento e sabbia per realizzare un po' di invasi dell'acqua piovana. 
Non deve più accadere, almeno non qui a Port du Bonheur, dove con l'aiuto di uomini di buona volontà cambieremo in meglio due o tre cose. Perché oggi eravamo anche in visita in due scuole della comunità, due strutture misere per 390 bambini, e nonostante la gioia delle divise e le canzoncine dedicate a noi blanc non ho potuto fare a meno di registrare bambini troppo bassi per la loro età, cresciuti sotto media a causa degli scorsi anni duri, della insufficiente alimentazione che è diventata malnutrizione cronica, crampi, ulcere, sofferenze, mancati apprendimenti scolastici, e morti. 
Gli haitiani si fanno belli di fronte agli stranieri, i bambini stupendi ricambiano sguardi con volti da sogno, ma se vai nel locale ufficio di World Vision apprendi che solo il 13% ha ricevuto i vaccini di base, la crescita fisica e psichica è rallentata, le diaspore post siccità distruggono il fragile tessuto sociale. 
Così quando una bimba di forse quattro anni mi sale sulle ginocchia e inizia a giocare con i miei capelli, so già che prima o poi dirà mua gran gu, ho gran gusto, cioè ho fame, e quando lo dirà per me sarà lo stesso Gesù a parlare, forte e chiaro, che devo stare qui e portare soluzioni. 

Ecco dunque queste proprietà di terra, appena fuori l'abitato, delimitate da arcigni filari impenetrabili di cactus, da muretti a secco, raramente da fili spinati. 
La terra rossa si sfarina quasi in polvere, come se non fosse stata aspersa appena due giorni fa da abbondanti piogge. 
Le stesse piste di fango fra un podere e il successivo sono nuovamente solidificate. Qualche appezzamento è abbandonato mentre altri sono stati seminati a manioca, mais, angurie, fagioli, ma non come da noi, in file regolari, bensì alla rinfusa, una pianta di mais qua e una un po' più avanti, e in mezzo tutto il resto come capita. 
Non c'è traccia di un concetto di coltivazione intensiva, di meccanizzazione, di pesticidi, diserbanti e fosfati. Queste colline vantano il non aver mai udito in milioni di anni la canzone rauca di un trattore o di una trebbiatrice, e neanche a quanto pare di un aratro tirato da animali, perché qui non c'è traccia di aratura, ma solo di buchette scavate per infilare un seme nel terreno lieve così com'è. 
Alla domanda perché non seminano a zone, rispondono convinti che le dimensioni del terreno non lo consentono. Una volta realizzato il primo deposito dell'acqua sarà semplice convincerli a seminare file omogenee di coltivazioni, più facili da innaffiare senza sprecare acqua. 

Passiamo da un podere al successivo. Ovunque vediamo una sola persona china a lavorare. Salutano, ci regalano più volte meloni e angurie. Un uomo sta diserbando a mano con il machete che fruga le radici e mucchietti di erba che si accumulano pu' kabrit, per le capre. 

Guardo le alture circostanti, domandandomi su quale e quanto distante da chiunque mi installerò. 
Torniamo nell'abitato e incontriamo un anziano che ci mostra l'indice destro pastoso avvolto in nastro isolante blu, spiega qualcosa, indica il dito e un gesto di collisione, forse una martellata, ma non sa spiegarsi e dunque la vecchia che gli sta accanto e ha già tentato di prendere la parola più volte adesso procede senza consultare nessuno a smontare il nastro per mostrarci il problema, a da sotto la fasciatura elettrica emerge un dito nero caldo e gonfio dove una certa ferita non risulta visibile a causa di una specie di tappo di cera gialla curativo che evidentemente è stato applicato sopra il taglio infetto. 
L'uomo guarda verso me come se fossi un medico, e mi viene in mente di indicare sotto l'ascella e domandargli se anche lì gli fa male, e l'anziano pronto annuisce e indica proprio la ghiandola subascellare che a me aveva fatto molto male la volta di un'infezione estiva sfuggita di mano, e a questa conferma gli dico di prendere domattina la barca per Miraguan e presentarsi in ospedale senza indugio perché l'infezione è già avanzata. 

Sono passate le 21 qui a Port du Bonheur dove il buio si è fatto spesso, indisturbato da inutili luci accese. I grilli stasera producono frastuono dodecafonico, la dormiente comunità di persone e capre respira in pace tuoni distanti dall'interno di case modeste abitate da speranze piccole di sopravvivenza. 
Nel buio, lo schermo del mio iphone è spesso esplorato da bestiole alate attratte dallo schermo. Mi alzo a stanare un cane o gatto che ha appena tentato di impossessarsi della nostra mezza cena di riso e granchi avanzata, il quale si è tradito mandando una pesante ciotola a volare per terra. 
E ripenso alla follia di non aver fin qui scavato pozzi, come se non bastassero due braccia e un piccone per iniziare. Intendo iniziare dalla scuola e dall'agricoltura, i due fili conduttori di tante situazioni da portare avanti. 
Si può cambiare molto con poco


Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky




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