I viaggi di Janusz capitolo VI

VERSO LA GONAVE

La sveglia suona come sempre alle cinque, nel silenzio mattutino della mia casa a Croix de Bouquet. 
Galli proclamano il nuovo giorno. Padre Giuseppe arriva puntuale e inizia il primo giro di controllo: i serbatoi dell'acqua, i generatori, la cucina. Poi riparte verso il seminario per le preghiere e la messa delle 5.30. Chiudo uno zaino zeppo di ogni bene in previsione di restare una settimana sull'isola. Faccio l'ultima doccia. Raccatto contanti e occhiali. Si parte. Un pavone ci saluta con un canto stridulo. Siamo in due, in auto verso Miraguan, luogo di imbarco verso la costa occidentale della Gonave. 

È tardi. Bisognava forse partire alle quattro. C'è Port-au-Prince da attraversare, nella furia dell'ora di punta che qui è molto presto. Ci troviamo subito imbottigliati, fermi. Intorno ci superano altri veicoli, incuranti di invadere il marciapiede o la corsia inversa. La città brulica di esseri umani intenti ad affrontare un'altra normale giornata haitiana. Ad Haiti quasi tutto accade per strada. 

Attraversiamo il fiume-fogna della città. È in bassa nonostante le piogge. Fra quindici giorni sarà puro liquame. Passiamo Citè Soleil, famigerata per la prigione delle torture e per l'estrema violenza della bidonville. Passiamo il mio Wharf Jeremie, dove ogni giorno combattono suor Marcella e la mia Missione Belem. 

I taptap sono dappertutto. Il traffico inizia a scorrere. Passiamo un grande mercato ortofrutticolo. Scorgo insalate fresche, a centinaia, adagiate sull'asfalto su precedenti strati di roba in putrefazione. Una ragazza in tailleur rosso acquista qualcosa evitando di contaminarsi. 

Raggiungiamo l'altro capo della città e ci troviamo in campagna. Cemento spazzatura e rumore cedono la scena a boscaglie, mangheti, piccole aree coltivate a mano, mais sparso in crescita senza ordine e affollamento. Faccio fretta a Valentina, la volontaria che guida. Mi racconta qualcosa di se. Ha scelto di non tornare più, di dedicarsi al prossimo. Sposerà un haitiano. I genitori non hanno brindato. Succede anche questo qui. 

Passiamo un posto di blocco delle Nazioni Unite: sei mezzi bianchi, blindati e luccicanti, facce latine, ben pasciute, facce da gita turistica. Riconoscono dei "blancos" e ci lasciano passare, i mitra abbassati pronti all'uso. 

Valentina guida rapida e prudente. Supera, si fa superare, evita in corsa un grosso tombino centrale senza coperchio. Lo avessimo preso, qualcuno avrebbe finito prematuramente. 

Eccoci a Miraguan, un porticciolo ridente. Sono le 9.20, da orario la barca dovrebbe essere partita. Dalla macchina, ho chiesto più volte la direzione: si vu plè, le waf pou la Gonave? Nel formicaio umano di una stradina apparentemente bloccata, persone sorridenti ci incoraggiano a forzare e avanzare, quasi ci incitano, e lentamente si avanza. Davanti a noi un taptap si inchioda e inizia a caricare dei sacchi. La barca ci sfugge, ma qui non c'è fretta, mai. Infine una pingue donna sulla cinquantina, una specie di matrona tettuta della Miraguan-bene, estrae con eleganza una banconota, paga qualcuno, indica al taptap di poter ripartire, si gira verso di noi, e ci rivolge un pudico sorriso incipriato che vuole trasmettere scuse per il ritardo. Si volta e si allontana distinta. Mi imprimo in testa l'immagine di lei, perché quella donna ha ripetuto con esattezza alcuni gesti consueti di mia madre. 

Quando davvero non si può più avanzare, perché le bancarelle sono stabilmente piazzate in mezzo alla stradina, saltiamo giù dal pickup e ci avviamo a piedi, fendendo la folla. Altre persone ci indicano la direzione, accompagnandoci. 

Ci abbiamo messo poco meno di quattro ore a trovare il molo. La barca ovviamente è ancora lì. È proprio una barca. La stanno caricando alla rinfusa di sacchi di riso e simili. Curiosamente, a prua è pieno di pietre. Ci installiamo. 

Alcuni pescatori ci remano intorno in piroghe scavate nei tronchi. Pescheranno grosse aragoste da un dollaro. Ne fotografo una, nella quale si vedono perfettamente i nodi del tronco in negativo. Il sole picchia. Non c'è più fretta adesso. La Gonave è un sospetto disegnato nella foschia verso est.

Janusz Gawronsky



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