I viaggi di Janusz capitolo VII

GONAVE, SABATO  -   MAGGIO 2016

Mi rovescio lentamente in testa una pentola di acqua fredda. 
I grilli intonano l'accompagnamento della sera. 
Simpatici miliardi di zanzare scaldano i sapienti pungiglioni. 
Io, ossa rotte di motocicletta, tento sull'iphone un riepilogo questo sabato 7 maggio nella perduta isola della Gonave. 
L'escursione di oggi doveva essere verso l'estremo nord, che mi interessava come potenziale sede per la solitudine e la bellezza paesaggistica, ma i nostri chauffeur haitiani in motocicletta non ne avevano voglia e chiedevano più soldi rispetto ai tremila gourd faticosamente concordati ieri sera. 
Per questo i fedifraghi ci hanno portato dove volevano loro, salvo mostrarsi risentiti alle mie rimostranze, intonando l'attesa litania che pas possib, rut pa' bon eccetera. 
Non gliene voglio, in effetti neanche su google risultano strade o piste, la giornata è stata comunque sommamente istruttiva, ma li avrei frustati volentieri, questi incorreggibili indolenti haitiani, e loro avrebbero avuto conferma che il bianco esiste per sfruttare e castigare i poveri neri bisognosi di tutto. 

Mi asciugo. L'asciugamano fa a gara con l'aria calda della sera. Mi spazzolo, appiccicando i capelli semilunghi sul cranio alla rodolfo valentino mentre avverto e inseguo un prurito sul collo fino a agguantare un esemplare adulto di cucaracha, che cade in terra, fa un paio di giri tramortita, poi inforca risoluta la via della salvezza di sotto a un mobiletto. 
La guardo sparire, stupito del suo ardire e della sua vitalità.  
Mi ricorda questo insopportabile haitiano che al mercato mi ha chiamato per dieci minuti Peter, si è messo fra me e le persone con le quali stavo parlando, mi ha detto che a lui non andava bene che io fotografassi la gente, e io I don't need your permission, get out of the view, allora questa specie di zecca mi ha comunicato che parlando con lui in creolo l'avrei dovuto pagare, che lo dovevo pagare, che era così e anche gli altri dovevano pagare finché gli ho detto che semmai era lui a dover pagare noi blanc se voleva parlarci, e lui ha fatto il sorpreso e il risentito e poi ha ricominciato la litania dei soldi, talchè alla fine mi sono piazzato a dieci centimetri e gli ho detto stop calling me Peter my name is not Peter e lui so what is your name you must tell me e io spazientito my name is Peter e do one thing for me now, stop it, stop, close your mouth, yes just do it, shut it e lui offesissimo e io deciso a offenderlo ancora di più pur di toglierlo dai piedi.  

Perché eravamo a Dent Grient dove c'era il mercato del sabato. Ci siamo capitati in mezzo, una visione festosa di uomini donne musica forte e il fango della pioggia appena cessata. Dent Grient è una radura polverosa di qualche centinaio di metri con due o tre case, una necropoli, e in occasione del sabato una variopinta umanità stracciona inframezzata a non meno di duecento asinelli e non meno kabrit, caprette dove tutti espongono qualcosa, direttamente per terra, chi un po' di patate dolci, chi cipolle, chi invece, più ricco, dei sacchi aperti e invitanti di fagioli neri, fagioli bruni, arachidi fresche, farina, farina di mais, mais intero, insalate, saponi grezzi da bucato. Giro a lungo fra centinaia di volti che non perdono un mio movimento, ipnotizzati da questo blanc in bermuda da spiaggia e canottiera che sfacciatamente registra un video di tutto quello che c'è inclusi i volti, le espressioni, i prodotti, le madri che allattano. 
Riconosco e saluto una bellissima nera che già avevamo fermato e salutato sulla pista, ore prima, e aveva una bimbina lattante in braccio, ma adesso la bebè non c'è e le domandiamo dove l'ha ficcata e lei indica una bancarella più avanti. Le donne più anziane hanno meno pudore a chiamarci, blanc blanc ici blanc affinché vediamo e compriamo la loro merce. In generale c'è uno sconfinato sussiego nei loro volti verso il bianco che passa, al punto che se guardati diversi si coprono il volto e accennano una risata di imbarazzo. 
Una donna antica che potrebbe essere mia zia Nella dipinta da modigliani mi parla dei suoi fagioli, mi spiega le due varietà del suo stand, finché resto estasiato dal suo sorriso e le chiedo il permesso di fare photo. 
Acconsente. 
Dopo due scatti a bocca serrata la incoraggio a sorridere e lei finalmente sfoggia uno o due bellissimi denti d'oro zecchino, artigianali, forse i primi che vedo così visibilmente fatti a mano, e quel sorriso vale la giornata. 

La visita al mercato prosegue in un susseguirsi di conversazioni godibilissime. 
Ci ferma un signore sulla cinquantina a braccetto con un numero imprecisabile di figlie e nipoti, tutte femmine, ci parla cordialmente e ci chiede di che progetto siamo, perché un blanc qui può stare solo per qualche progetto umanitario, e le ragazze guardano ammirate questo padre nonno che sa parlare alla pari con i misteriosi bianchi. 
Uno più anziano e sdentato ci si para davanti non appena ci incamminiamo e fa per abbracciarmi, occhio svelto, raccontando in creolo un suo discorso che non capisco. Lo abbraccio e gli carezzo il cranio e poi mi sciolgo. 
Chiede cibo. Infine gli diamo qualcosa ma non molto, lui smette i panni del simpatico, fa la faccia corrucciata da bottino magro che avrebbe fatto mio figlio Marcello qualche anno fa scoprendo che il suo biglietto della lotteria ha vinto una chincaglieria inutile. 

Adesso stiamo veramente andando. 
Intravedo il mio Peter. 
Grifagno ci segue da qualche metro, scottato dalla mia durezza. Nella sua psiche assistenzialista ha un conto aperto con un blanc che gli ha mancato di rispetto. 
Decido di farci la pace, muovo verso di lui sorridendo, lui arretra con una smorfia e grida we no friend! ma io avanzo e lui ci ripensa e sorride e mi abbraccia e venti bocche intorno sorridono e lui non mi molla la mano e mi parla ancora di soldi e ora come ultima strategia mi spiega che gli servono 50 gourdes, e io dentro mi contraggo e penso che se dovessi distribuire soldi lui sarebbe il meno bisognoso e l'ultimo al quale darei alcunché e mentre salgo sulla moto gli dico if you want money go to work e parto lasciandolo a bocca asciutta. 

Scrivo queste note nel buio pesto delle nove di sera, sdraiato nell'amaca che ho provvidenzialmente acquistato il giorno prima di salire in barca. A pochi metri c'è il mar caraibico, questa sera tranquillo in svariate sfumature di viola. 
Il frastuono dei grilli mi rammenta certi posti di un amore furtivo ad Ascea, nel Cilento. L'amaca non è un'amaca come sarei abituato: di infiniti cordini annodati a rete,  che tengono ogni lembo di te intrappolato esattamente dove ti appoggi, no, questa è di stoffa rossa grezza, piacevole alla vista e al tocco, che rispetto a quelle a rete regge meno l'inclinazione, nel senso che il mio corpo dal lato superiore scivola ciclicamente verso i piedi, ma per il resto si adatta alle mie protuberanze e risulta comodissima. 

Ripenso a una donna dignitosa che ci ha mostrato la chiesa di Santa Cristina, incompiuta, voluta dalla sua comunità nel mezzo di campagne apparentemente deserte, costruita tassandosi tutta intera la comunità, finché i soldi sono terminati prima che si giungesse al tetto. Ho pensato: che costruite a fare una chiesa, in questa miseria che vi uccide? Ho pensato: già, fanno come ho spesso pensato io stesso, di arrivare in un posto e per prima cosa costruire un tempio a nostro signore: gesto di pace, di relazione con lui, di affidamento. La donna emana naturalmente una sua intensità. Si vuole bene. Ha anche un avanzo di lucido rosa su un'unghia del piede.

Ripenso pure a novanta bambini che fra due giorni essendo lunedì si presenteranno nella scuola cattolica a venti metri da qui e cercheranno di non addormentarsi per la fame ma comunque se non dormiranno piangeranno, e lasceranno la scuola a fine ricreazione delle dieci a meno che il parroco abbia reperito i circa sei chili di riso e fagioli per mettere loro qualcosa in corpo, e comunque la metà non raggiungerà i sedici anni. Per questi novanta, un progetto subito. Il cervello gira a mille per mettere insieme una soluzione con le poche risorse alla vista. Signore, fai tu. 

Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky




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