(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

sabato 12 maggio 2018

I viaggi di Janusz capitolo VIII

LA PLI TUMBE' alla GONAVE
domenica 8 maggio 2016

Siamo in quattro su instancabili moto cinesi da sei ore in trasferimento su piste di terra grassa o rocciose quando la pioggia lungamente annunciata finalmente entra in scena. Questo è un tratto di altipiano terroso dove le rocce danno tregua alle sospensioni e la palta inganna l'equilibrio e non ha senso proseguire perché sotto questa acqua le moto svarionano, ruote e catene si intasano di mota, l'incedere ricorda gli austriaci a mollo nelle risaie allagate da Cavour. 

Ci ripariamo sotto una piccola tettoia in mezzo a un nulla di savana impregnata. 
C'è una gallina che razzola indisturbata dalla cateratta d'acqua, non sembra neanche bagnarsi, è come certi signorini inglesi che almeno nei libri riescono a sostenere un incontro di pugilato e avere ragione degli avversari senza neanche spettinarsi. 
La gallina impermeabile è piccola e chiara, più o meno simile a una nostra americanella. Devo pensare che anch'essa sappia compiere brevi planate, differentemente dalle cugine ovaiole. 

Sotto la tettoia siamo in sei, incluso un ragazzo del posto che ci sorride e inizia un dialogo dal quale l'inesistenza del mio creolo mi induce ad astrarmi. 
Non mi torna qualcosa. Metto a fuoco quello che credo di aver visto. La gallina signorina. 
La cerco a destra, la ritrovo spostata più in centro, fra i bambù. 
Ecco: mi fa strano vederla inseguita da un solo pulcino, uno e basta. Maternità pianificata? Pennuta single? Dove sono gli altri? Non si è mai vista una gallina iniziare a covare un solo uovo, ma piuttosto dodici o tredici, né si è visto che su una dozzina solo uno si dischiuda, e nemmeno si è visto un contadino tanto imbranato da sottrarre uova da una cova avviata. La pioggia perde consistenza. Il gruppo ancora si ripara, e parla fitto di qualcosa che non mi tange. Deve essere successo qualcosa sì, qualcosa a madam la pul, durante o appena terminata la cova, ma ad opera di qualche predatore, una covata sfortunata falcidiata da ratti e forse corvi. Deve essere andata così. Provo un surrogato di pena per lei e mi domando: posto che se togli a una gallina un pulcino, lei lo cerca disperata per circa un'ora e non di più, quanto durerà il suo ricordo di un piccolo rapito, di due, o di dieci? Per quanto proseguirà il suo frenetico razzolare spostando foglie e zolle, magari per istruire e sfamare un solo ultimo cucciolo, e per quanto manterrà la memoria e il dolore per gli altri svaniti? 

La pioggia smette. Il suolo caldo esala copiosa nebbia tropicale. Mi ritrovo a camminare in coda agli altri. Le moto chiedono minuti preziosi affinché la terra beva il liquido appena atterrato. Il ragazzo che sorride ci accompagna a vedere qualcosa di molto importante per lui: il suo campo di arachidi. Ora siamo alle soglie di una spianata di terra rossa di almeno duecento metri. Non vediamo nulla, se non terra rossiccia e piatta frammista a delle simpatiche erbacce fiorite che si protendono a infestare le zone scoperte. Il ragazzo capisce che non capiamo. Si accovaccia, solleva l'angolo di una erbaccia come se richiamasse per l'orecchio all'attenzione uno scolaro distratti, ci mostra un'arachide in formazione, coronata da piccole radici in espansione: una specie di fagiolo, che si trova sottoterra, non sopra come ho sempre immaginato. La ripone e ricopre di terra con cura, quasi che il raccolto possa essere compromesso se quella singola spagnoletta dovesse perdersi per sua leggerezza. Si alza, ci spiega che bon Dieu ha fatto piovere molto, quest'anno il raccolto non dovrebbe mancare, non come tre e due anni fa, 2014 e 2015, quando la pioggia si è negata per due stagioni della pioggia in fila, due estati e autunni in fila, determinando grande carestia e  la fuga a Haiti di una parte della popolazione, nonché la morte di quasi tutte le bestie: capre maiali asini e cani, e i figli dai nove anni in su imbarcati nella speranza che qualcuno sulla costa si impietosisse e li prendesse in casa come restavec e li facesse un po' studiare. Immagino uno dei miei, accompagnato a nove anni a un treno e spedito solo nel nulla a bologna per salvarlo dalla peste a firenze. Fermo l'immagine. Preferisco non immaginare. 

Riprendiamo la strada verso un paesino dell'interno di nome Tamarin in ragione di tre grossi alberi di tamarindo che caratterizzano la sua piazza centrale. Ci arriveremo dopo molte tratte percorse a piedi, a volte precedendo le moto ferme  a liberare le catene o pompare una gomma loffia, altre volte inseguendo le stesse moto andate avanti più leggere su tratte impossibili per il fango o la pendenza fra le rocce. Tamarin si rivelerà un buco per noi inspiegabile, non vedremo un barlume di ragione perché gli chauffeur abbiano ritenuto di infliggerci tre ore aggiuntive di moto per arrivare al nulla. Forse la chiesa abbandonata. Forse una loro interpretazione al buio sulle nostre aspettative turistiche. Non ha senso protestare. Tutto può avere senso, tutto può parlarci. 

Tornati a Port du Bonheur, andiamo in cerca del pastore metodista che a quanto pare con la sua scuola ha stracciato la chiesa cattolica romana 250 alunni a 90, una caporetto che ancora con Ratzy non sarebbe passata inosservata, mentre con Francesco l'importante è il benessere del gregge, chiunque ne porti l'odore addosso. Il pastore non c'è. Ci fanno accomodare. Passa e saluta un vegliardo inoffensivo. Passano due uomini e ogni volta ci alziamo e stringiamo le mani e chiediamo se sono loro il pastore, ma non lo sono. 

Seduto quieto su una sedia, osservo sul cemento un'unica formica disorientata, che gira in tondo senza meta. Dieci minuti di osservazione mi tolgono ogni dubbio sul suo spaesamento in questa landa umana ostile. La formica non sa dove deve andare, forse le mancano i riferimenti olfattivi, l'odore dei microluoghi, e dunque insiste a camminare speditamente ma esitando, e cambia continuamente idea, talchè è sempre allo stesso punto, finché non ripeto l'esperimento di altre volte e inizio a tamburellare con le unghie sul cemento alla sua destra, e la formica a comando inforca risoluta la direzione del suono, ma poi si ferma e torna incerta non appena il suono viene meno. Dal che deduco a) che anche questa formica ci sente, e b) un rumore di unghie che tamburellano costituiscono anche per lei come per altre colleghe in altri contesti alienanti motivo di attrazione - forse suicida? - o di soluzione del precedente problema di orientamento, ma ignoro che soluzione sia per diverse formiche il mio tamburellare. 

A Port du Bonheur ci aspetta Violine, una nera dinoccolata e protesa alla Olivia di bracciodiferro che ci racconta della grande siccità, e intona: messi bon die, messi bon die, la pli tombé, mais poussé, tous le peti bongo z'aller mangè. Ascoltiamo a lungo lei e altre figure preminenti della comunità in cerca di storie per comporre il nostro quadro della situazione. Parliamo per ore senza fretta e il luogo ci penetra con gli ultimi sprazzi di luce, appena sufficienti per ricaricare l'iPhone che sto pigiando nottetempo nell'incavo della mia amaca di stoffa colorata.


Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky



Nessun commento:

Posta un commento

Cucina tradizionale Pieontese "Sucot pien"

Ciao amici...anche oggi rivisitiamo i protagonosti della stagione: I SUCOT...questa volta ve li consiglio ripieni ZUCCHINE RIPIENE Oggi...