I viaggi di Janusz tra Torino e Haiti

Haiti, 22 aprile 2016.
La missione di padre Giuseppe e come sempre molto accogliente. Ho dormito 15 ore in fila, dalle tre del pomeriggio alle sei di questa mattina. Oggi c'è vento. L'aria è pulita e non è umida come ieri. Ho preso contatti con un parroco dell'isola di Gonave e andrò con lui sull'isola settimana prossima. La Gonave è un posto talmente povero e marginale che gli stessi haitiani scuotono la testa.

Oggi vado a trovare degli amici in città: Gilberte, Chamany, Nicholas e altri membri di una associazione haitiana che si prefigge "lo sviluppo integrale di Haiti".

I volontari che ho incontrato fra ieri e oggi sono tutti giovani e molto entusiasti. Con due di loro, Valerio e Martina, abbiamo scoperto amicizie italiane in comune: la famiglia Cattaneo e don Giorgio a Dolzago, i gesuiti di Villapizzone a Milano. Valerio e Martina sono una giovanissima coppia che ha mollato tutto a milano ed è venuta qui a Haiti per due anni "alla ricerca di una vita diversa". Loro l'hanno capito subito, io dopo 30 anni!

Ho anche incontrato un alto emissario delle Nazioni Unite che è venuto qui in missione per "cambiare le modalità di intervento perché le attuali non funzionano". Ci siamo scambiati le e-mail e ci vedremo in settimana.

Mi piace essere qui. Sento l'Italia molto vicina.

Chamany

In un'altra famiglia sarebbe una schiava, una "reste-avec", adibita ai lavori più umili. Per un pezzo di pane le sarebbe chiesto di servire, di divertire, di accettare. Qui invece è accolta e curata più o meno come fosse una figlia. Non esattamente una figlia. Non credo che le siano offerte le stesse opportunità, le stesse scuole. Non ha lo stesso vestiario alla moda. Non ha in mano un cellulare. Non pensa a se stessa come un soggetto di diritti. Ma almeno è amata, accolta.

Non la vedo da diciassette mesi, la piccola Chamany. In un autunno torrido c'era Doriana, e la prendeva sulle ginocchia, le parlava lentamente, le leggeva frasi semplici, in francese. Chamany ascoltava Doriana che le parlava, e intanto le percorreva i lunghissimi capelli biondi, impazziva per quei capelli dorati, mai visti prima. Doriana era una strega buona in grado di trasformare un mango in carrozza.

Allora eravamo convinti che Chamany fosse un maschietto. Non si capiva bene. Nulla permetteva di supporre che non fosse un ometto, molto tranquillo e timido: non il viso, perennemente accigliato,  non l'abbigliamento, non la testa rasata. I lobi non erano decorati come tutte le bambine. Non c'erano nastrini da nessuna parte, e nessuna sdolcinatezza o sguardo lascivo, come le figlie di Gilberte. Doriana le parlava al maschile, la famiglia lasciava fare. C'era un alone di impotenza attorno a quel ragazzino-ragazzina.

Chiedo di lei. Compare da un retro, quando i saluti in famiglia sembrano già terminati. Eccola, Chamany: una miniatura di signorina fiorita, più nessun dubbio possibile sul suo genere. La prendo in braccio e facciamo un giro del cortile, avvinghiati e ridendo forte, finché mi calmo, la abbraccio e la guardo a lungo, carezzandola. Sono stupito e domando: Quel âge as-tu ? Risponde Onze ans. Undici. Due anni fa era considerata ritardata. Non c'erano evidenze, ma era molto tranquilla. Tu vas à l'école ? Oui. Profuma di fresco. A un nastro attorno ai capelli lunghi, acconciati in trecce strettissime. I capelli di una signorina. Tu fais quelle classe ? La deuxième. Nove anni, è in seconda. Non torna. Guardo interrogativo la padrona di casa. Gilberte dice oui, elle fait la seconde. Guardo Chamany. Mi complimento per la bella camicetta rosa. Poi le chiedo se mi porta un libro. Sparisce in una stanza buia. Gilberte mi legge stupore negli occhi, distoglie lo sguardo.

Riappare Chamany con un libricino di storia. Lo sfoglia. Cerca di cogliere sul mio volto una preferenza, ma la lascio scegliere. Si ferma su una pagina che annuncia a grandi lettere: Premier trimestre. Ci sono brevi domande e brevi risposte. Chamany mi fa segno di farle le domande. Comment s'appelle Haiti? Mi guarda con rimprovero: sto sbagliando la domanda. Comment s'appelle mon pays? Risponde sicura: HAITI. Qui a découvert Haiti?Christophe Colomb. Qui était Christophe Colomb? Christophe Colomb était un italien nè à Gènes en 1451. fa fatica a proseguire. La incito a guardare dove le indico, e leggere per aiutare la memoria. Fa un gesto di impazienza e alza gli occhi, cercando di pescare dalla memoria il pezzo che le manca. La aiuto : "il était ..." Cerca aiuto nel libro ma non mette a fuoco il testo. "... au service de ..."  L'Espagne! Ha risposto bene, ma non è a suo agio. Chiude il libro.

Mi viene un sospetto. Decido di capire. Spengo il video è riapro la stessa pagina. La domanda successiva la faccio saltandone una. Chamany è persa, mi guarda come se io stessi barando. Sorrido, torno su di una domanda e le faccio la domanda che si aspettava. Risponde perfettamente. Le rifaccio la domanda di prima, quella che non sapeva, e risponde abbastanza bene. Storia chiara: Chamany non è in grado di rispondere a significato, ma solo seguendo il binario di una filastrocca.

Mi domanda se è sufficiente. Le dico sì, le chiedo se ha un altro libricino. Apre un libro sottile e grosso. Lo sfoglia, sceglie una pagina dove è spiegata la lettera L. Ci sono una serie di esercizi: la le lì lo lu. Li legge abbastanza bene. Invece si blocca sulle parole di due sillabe. Lali lolo lalo lila. È completamente persa. Le mostro la sillaba "la" e me la legge. Le mostro "lalo" e fa scena muta.

A nove anni, pur vivendo in una famiglia di borghesia media, questa bambina non è capace di leggere. Tutto quello che lei impara a scuola, lo impara a memoria. Quando legge, il dito appoggiato sulle sillabe, non legge per davvero: semplicemente cerca nella sua memoria il ricordo dei suoni da associare con quella parte di quella pagina.

Torno dagli adulti. Mi offrono del succo di limone dolcificato, e una crema dolce e calda, fatta di farina cotta, latte e molto zucchero.

Guardo Chamany. Sarà una donna decisamente graziosa, fra qualche anno. Analfabeta, quasi ritardata, mentitrice, perché la famiglia mi dice che mente continuamente, e in una condizione dove non potrà che accettare qualunque cosa le venga proposta. Mi dicono che aveva due anni quando è morta la madre, la quale morendo avrebbe chiesto a questa famiglia di occuparsene. Il padre veniva a trovarla ogni tanto, finché non è morto anche lui. A due anni era una bambina sveglissima, prometteva bene. Poi, il binario morto.

Chamany siede sul gradino che dà sul cortile della sua stanza, a qualche metro da me. Intorno a lei tre cuccioli assaltano per gioco la loro mamma, che si arrende e si lascia mordicchiare. Chamany passerà il pomeriggio così, come ogni pomeriggio, senza giocare, senza fare nulla, senza leggere nulla, in una tutelata attesa di nulla.

Janusz Gawronsky,
dall'isola della Gonave,
Haiti


La moto mi abbandona ai lati di una roggia fetida, e scappa via. Avrei voluto che guidasse più lentamente, ma aveva paura delle rapine di strada. 

Sono nella favela. Qui c'è dio. E c'è una ruspa che arretra sulla spianata di macerie e spazzatura. A guidarla un italiano, che chiamerò Ernesto, promettente imprenditore emiliano. La sua prima volta qui fu nel 2013. Venne con mille dubbi, solo perché venivamo già in quattro, specificando che lui non avrebbe mai cambiato vita, che le donne sarebbero sempre state parte del suo ménage, e per lui solo comfort, viaggi e hotel a cinque stelle. Tornò scosso. Haiti aveva parlato. Ora mi sta a qualche metro in cima a due decine di tonnellate di ferraglia attempata. Sotto la sua guida ancora cauta il bestione compie manovre, raschiando la spianata. Ernesto deve imparare  oggi a condurre la pala meccanica da un altro italiano che rimpatria domani. Mi riconosce e sorride. Sorrido anche io. Urla che deve togliere le macerie. Già, le macerie. Portate da migliaia di camion per coprire 40 anni di discarica unica della spazzatura di Port-au-Prince. Dopo il 12 gennaio 2010 le macerie sono il bene meno costoso in città: 13 USD per un camion da venti metri cubi, trasporto e scarico inclusi. Gli anni passano e Wharf Jeremie resta sempre lo stesso impasto di persone, macerie e spazzatura. Queste macerie sono qui da due anni circa, mentre Ernesto è qui da un anno esatto: ha mollato tutto, ha scelto. Ridevamo alle candide manovre di seduzione del padre fondatore: - Sai condurre una fattoria? Ti comprerò cinquanta ettari. - Gli occhi del missionario luccicavano, cercando di suscitare nella mente del nostro amico quella terra promessa. Noi ci scambiavamo occhiate complici. Battute a parte, funzionò.

Ernesto, domando quando mi raggiunge, perché sei qui? Risponde con un sibilo, ma determinato: - Su esplicita richiesta di dio, la chiamata era chiara e non ho avuto scelta, ne andava della mia salvezza. - Respira. Mi domanda di me. - Tu piuttosto, quante ore preghi al giorno? 

Trattengo il fastidio per questa domanda. - Al giorno? Venticinque. 
Mi incalza. - Che fai qui Janusz? 
Esito a dirla tutta. Tutta sarebbe: sono qui per aprire un monastero. Opto per una espressione meno arrogante ai suoi orecchi da neoconvertito. - Sono qui per capire se il signore davvero desidera che io stabilisca una presenza in qualche area povera. 
Non è soddisfatto. È un Ernesto nuovo e diverso quello che mi affronta. Mi rendo conto che vede un problema generale in me, insanabile qualunque cosa io dica. Guarda fissamente di fronte a se, in tensione. Un cavallo pronto a scalciare. 
Riprende - Ma hai fatto un discernimento? Con un padre spirituale? - Ora è un fiume in piena, Ernesto. - Non ha senso che tu venga a Haiti se non hai fatto un discernimento! E il difficile sai cos'è? Non è trovarlo, perché per quello basta cercarlo, ma il difficile poi è ubbidire, fare quello che dice lui, quello è il difficile!

Si è girato sul finire della tiritera.  Ha svolto l'obiezione già udita cento volte. Mi guarda indeciso. Lo avverto combattuto fra senso di amicizia e sfida. L'amicizia me la deve, se non altro per averlo trascinato io qui. Ora però sembra incattivito, un talebano come il suo capo. È suo il Cristo che cammina meglio sulle acque, che lava l'anima più bianco. Inutile discutere. Ci sarà modo, quando avrà dei dubbi. Adesso no. Adesso è una mente resettata, per definizione nel giusto, è felice, per ordine del padre spirituale. Non mi viene neanche in mente di abboccare a questa sfida fra insicuri, io che da sempre mi sento sporco, e ora più che mai.  Mi balenano domande. Perché per forza un padre spirituale? Perché nostro signore ci ha dato l'intelligenza - e che intelligenza! - se poi riteniamo giusto e doveroso affidarci senza giudizio personale ai pareri di un altro? Perché chiamare padre, padre spirituale, uno che non è nostro padre, e segue un dio che ci ha chiaramente detto che il padre è soltanto quello nei cieli, e che siamo tutti fratelli, tutti sullo stesso piano? A che serve lo Spirito santo, al quale credo assolutamente, quello Spirito che parlava dentro le persone, se adesso in sua vece la voce di dio è appaltata per definizione a sedicenti quanto a volte inetti "padri spirituali "? Sai, - dico in verità - l'ho cercato a lungo senza trovarlo, davvero, è un dono che non sempre arriva. Comunque è un dono. Si vede che io devo camminare da solo. 

Non è convinto. Dice ancora che avrei dovuto fare un discernimento vero. Alla fine gli dico letteralmente che sono in discernimento da cinquantasei anni, e chiudo il discorso. 

Guarda quello che abbiamo realizzato qui! - conclude - una cosa del genere è per forza opera di dio!
Certo, - rispondo tranquillo - e certamente il Padre Fondatore  sarà beatificato per direttissima. Ma questo non significa che tutto quello che rappresenta e sostiene la missione è oro colato. No? 

Si rabbuia. Il discorso lo porta a attivare la successiva risposta pavloviana: - la chiesa è fatta di uomini, certo. 

Tu piuttosto, Ernesto. Come ti senti? 
Bene in certi momenti, in altri come adesso meno - risponde d'impeto - cioè è stata molto dura all'inizio, i primi tre mesi, - si corregge - mentre ora va bene. 

Non sono interamente convinto. La prima risposta è quella che conta. Va bene pregare. Vanno molto bene i poveri. Mentre parliamo stanno sfilando quasi novecento bambini che anche oggi avranno la pancia piena, e questo a Wharf Jeremie è un vero miracolo. Ma uno sveglio come lui non sopporterà a lungo di essere tritato psichicamente e intellettualmente da un'organizzazione che non riconosce la presenza di dio se non sotto il controllo del proprio fondatore e di alcuni a volte eccellenti e a volte modestissimi seguaci. 

Passo le successive due ore dalla splendida suor Marcella Catozza, una che è qui al Wharf Jeremie dal 2005, e si è smazzata tutta l'ostilità iniziale della criminalità locale. Le hanno ammazzato già due stretti collaboratori. L'hanno minacciata. Hanno chiesto e ottenuto il pizzo dai dipendenti del suo orfanotrofio, "se vogliono uscire vivi dalla bidonville quando la attraversano e rincasano alle cinque della sera", finché Marcella li ha scoperti, e cacciati. Avrò modo di raccontare di lei in separata sede. 

Nel pomeriggio assisto a una riunione di COPDIH, una ONG amica. Siamo in sette, nell'aula presa in prestito di una scuola. Non si sente assolutamente nulla di quello che viene detto, perché fuori è in corso un acquazzone inimmaginabile da noi. La mia moto non può arrivare. Attendo, ipnotizzato dalla furia dell'acqua. Per venti minuti domina su tutto il rumore dei fendenti di pioggia sui tetti di lamiera. L'acqua è dappertutto, trasporta giù di tutto. Molti escono a posizionare bidoni vuoti sotto le falde dei tetti, per approfittare di in pieno gratuito. Una megera scopre il seno e inizia a lavarsi, senza soggezione. 

Infine il diluvio arretra, e mi avvio a piedi per cercare la moto. Mi affianca un angelo di nome Mikaela, un peso mosca che nel 2010 fu estratta viva da sotto una soletta di cemento crollata, che miracolosamente si era fermata a quindici centimetri, giusto la circonferenza del suo piccolo teschio, ma non abbastanza in alto per quella del fratello, che le moriva accanto. 

Ci sono tre capre intorno a me. La pioggia termina. Torrenti urbani portano a valle di tutto. Non voglio pensare alle baracche del Wharf, inondate di acqua e fogna. Ora la gente per strada si inginocchia a liberare dalla abbondante spazzatura i tombini, affinché le infinite piscine stradali possano ridursi. È un fatto di sopravvivenza: sotto l'acqua, in mezzo alla strada, può esserci di tutto: pietre, buche, voragini aperte per più metri. Non è il caso di affidarsi alla memoria. Neanche agli haitiani arride la fine del topo. 

È calato il buio. Ho Chamany in braccio mentre digito queste note sul cellulare. Piove più di prima. Non riuscirò a rientrare a casa mia stanotte. Batteria al 9%. Manca la corrente. Devo chiudere.

Janusz Gawronsky,
dall'isola della Gonave,
Haiti
www.gasmuha.org



26 aprile 2016 ore 15

La strada per Vilavois è un ampio stradone di terra, largo una ventina di metri, dove il guidatore attento riesce a ricamare un percorso praticabile. Mi inclino in avanti e lancio un apprezzamento verso Corel, il mio haitiano angelo custode, mentre con maestria fa risalire la moto dall'ennesima oceanica pozzanghera. Quando ad Haiti piove tutto è business as usual, con una dose in più di difficoltà e di pericolo, perché le strade già normalmente pericolose di spalmano di limo e pattume. Attraversiamo la città in cerca di un casco da moto per il sottoscritto, che vorrebbe proteggersi un minimo, se non risparmiarsi la fine appena qualche giorno fa di due giovani cooperanti travolti e calpestati per molti metri da un camion con i freni lenti. Corel sa quello che fa quando agli incroci dà sempre la precedenza, e quando continuamente verifica che veicoli ha dietro, pronto a spostarsi quasi fuori strada pur di farli passare bene. La difesa dei propri diritti di strada qui è suicidio. Corel è prudente. Per questo se posso utilizzo sempre lui. Stento a credere che stia per farlo ma lo fa:  si infila in un fosso scivoloso che passa sotto un traliccio. È costretto a fermarsi in bilico per lasciar passare un'altro mezzo sfrecciante. Riparte. Una capra con due piccoli si sposta appena. 


27 aprile 2016 ore 3.00

Sesto giorno qui a Port-au-Prince e puntualmente è arrivata la dissenteria. Mi farò i prossimi due giorni in casa, a portata di bagno. Haiti non è un posto dove se hai un urgenza entri nel primo bar. Sto bene comunque. Montezuma dà nausea ma pulisce e depura. 

Sabato mattina vado sull'altipiano vicino alla frontiera a vedere un sito di contadini, potenzialmente adatto per aprire un progetto. Ci è nato un amico che mi accompagna. Raggiungeremo l'ultima località carrabile in auto e da lì proseguiremo in moto per 3-4 ore. Alla mia schiena non l'ho ancora detto. Dal mio amico c'è un'agricoltura di sussistenza che rasenta la fame, soprattutto nel semestre secco. Esiste una fonte di acqua ma è distante e i contadini faticano a farsi il lungo sentiero con i secchi per irrorare qualche pianta nell'orto.   L'elettricità non esiste. Se ti serve una medicina il primo dispensario è a quattro ore, se hai i soldi per pagarti il passaggio. Potrebbe aver senso realizzare un invaso per raccogliere l'acqua della fonte, stendere un tubo da due pollici e pompare l'acqua fino a una cisterna centrale fra le baracche. Passeremo la notte in una casa amica. Non so cosa aspettarmi. 

Lunedì mi trasferisco per qualche giorno sull'isola della Gonave. Anche lì, per identificare il possibile sito per un insediamento alla Tamanrasset. Mi accoglie père Florestal, parroco che definire di frontiera sarebbe eufemismo.  PF è stato un seminarista brillante. Destinato a Roma per studiare alla Gregoriana, era su una corsia preferenziale riservata a pochissimi. Il 12 gennaio 2010, in partenza per Roma, è sopravvissuto al suo vescovo e molti compagni di seminario periti sotto le macerie. Il nuovo vescovo ha ritenuto prioritario dispiegare tutte le risorse sopravvissute sul territorio e lo ha mandato, of all places, alla Gonave, isola nota come disabitata e sterile, dove "non c'è nulla". Qualcosa però PF al suo arrivo ha trovato al lato dello scheletro di cemento di quella che avrebbe dovuto essere la sua chiesa: due anziani seduti fuori da una capanna, lo sguardo lontano, i corpi fermi di una serenità surreale. Erano abbandonati, incapaci di alzarsi, e stavano aspettando la morte, che è arrivata pietosa due giorni dopo. Dopo il terremoto alcuni hanno cercato rifugio sull'isola della Gonave, che ha raggiunto forse 70.000 abitanti. L'isola è lunga 60 km x 15, e si percorre solo in moto o a piedi su mulattiere impossibili. I trasporti di persone e cose si fanno via mare, ancora stupendo e in parte incontaminato. L'isola ha pochissima acqua dolce, e vanta il primato nazionale per la fame, quindi è perfetto per me. Troverò il mio angolo di pietre accoglienti?


Janusz Gawronsky,
dall'isola della Gonave,
Haiti
www.gasmuha.org


Lunedì 2 maggio 2016

A CASA DI JORDANIE

Mi lanciano un avviso prima di scostare la tenda. 
Quando la scostano, ho una sensazione di tabernacolo aperto, di esposizione al Santissimo. 
Si sono fatti di lato uno a uno, sorridendo, come a ostendere  il loro bene maggiore. 
Ed eccola nella penombra, un berretto caldo che sovrasta due occhietti bene a fuoco, la piccola Jordanie, un ragnetto magrissimo dagli arti contratti, piegati da un Picasso ubriaco. 
Ho visto molti paraplegici in vita mia, ma mai una ragazza in queste condizioni, che non descriverò nei dettagli. Mi limito ad alcuni brevi elementi. 
Ha 14 anni. È nata qui, vale a dire all'interno di questa baracca in mezzo ai campi. 
Non c'era né medico né ostetrica. Da 14 anni vive qui dentro. Non è mai stata in un ospedale, in una città, in una scuola. 
Non si è mai mossa da questo piccolo appezzamento. Non possiede una sedia a rotelle per farsi spostare per la frazione. Dicono che è intelligente e capisce tutto. 
È dolcissima. Mi studia. Abbassa gli occhi. Ha il cranio molto piccolo per avere 14 anni. Non sa leggere. Non ha mai fatto un disegno. Loro riescono a capire i suoi versi, le sue contorsioni. È fisicamente piccola, o forse così pare a me perché mi devo accovacciare per carezzarla e baciarla. Chiedo perché il cappello. Rispondono per il freddo, che qui in montagna e in questa stagione è di casa. La tengono riguardata Jordanie, che se avesse freddo potrebbe non dirlo, e se si ammalasse potrebbe non superarlo. 

Sa di buono Jordanie. La tengono pulita, avendo a disposizione unicamente l'acqua piovana raccolta in un bidone fuori. Mi offrono dell'acqua. Non faccio caso a una voce che mi dice di scusarli, ma non c'è frutta, non c'è altro, speriamo che l'acqua non ti faccia male. Trangugio e continuo a fissare Gesù in terra. La ragazzina gira gli occhi per ogni dove evitando di incontrarmi. Timida e confusa, non può fare altro che lasciarsi studiare. Mi passa per la mente di domandarmi che sta provando mentre voci adulte raccontano in sua presenza che no, non si è potuto fare nulla per lei. 

Jordanie è la nipote dell'amico che mi ha condotto qui. Mi allontano di qualche passo e gli chiedo perché lei ha passato tutta la sua vita qui, adagiata sulla terra così. Alza le spalle e sospira, spiega che quando nacque lui aveva vent'anni, neanche un centesimo, e comunque cercò un ospedale che potesse accoglierla e provare a vedere se si poteva aiutarla, ma niente, non trovò niente, e si rassegnò, quindi da allora è così. Gli chiedo quanti paraplegici ci sono nei dintorni, in queste condizioni. Dice moltissimi, e non si vedono, le famiglie li nascondono per vergogna. 

Il villaggio di Jordanie poggia in una conca di forse quattrocento metri per trecento di buona terra agricola. Un prete cattolico ha aiutato la comunità, e c'è qualche segno di sviluppo. I campi sono coltivati in piccolissimi appezzamenti, forse 20x20 metri, evidentemente di proprietari diversi. La terra nera trasuda le abbondanti piogge di queste settimane. Qualunque pianta qui non può che crescere velocemente. Riconosco alla vista piantine di patate, cipolle, fagioli, bieta. La stagione bagnata produce ortaggi in quantità. La stagione secca distrugge quasi tutto ciò che non è raccolto prima.  

Non c'è elettricità qui. Non c'è trasformazione di prodotto, né alcuna forma di conservazione. Si consuma quanto non si vende al mercato, dove le verdure sono trasportate a braccio o a dorso di asino. Per arrivare qui ho viaggiato per sette ore su mezzi sempre più improbabili, mano a mano che si fermava anche l'ultimo tap-tap e le stesse moto infine si arrendevano su piste strette e poi spazzate via dagli uragani. 

La pista di accesso ha costeggiato alcune cave dove uomini con picconi si innalzano a decine di metri dal fondo per incidere la montagna e strapparle un pietrisco bianco da costruzione, senza sicurezze, piedi cercando equilibri a dieci centimetri dall'abisso, colpendo e ancora colpendo la parte friabile. È la stessa friabilità che non consente alle piste di resistere alle acque, la stessa che giornalmente si arrende all'erosione che porta l'ultimo vitale humus a valle. 

Mi fanno visitare altre frazioni. In una, dove a occhio conto cinque o sei baracche, mi indicano una tettoia dove accedono ben 180 bambini dai cinque ai nove anni. La popolazione supera le 2000 anime, contro le cinquanta che avrei immaginato. 

Rientrando scambio opinioni con il mio amico. 
Concordiamo i prossimi passi. 
Tenteremo con un primo progetto di realizzare un serbatoio per l'acqua piovana da 10.000 metri cubi, vale a dire 50x50x 4 metri di altezza. 
Per quella comunità, che identifico come San Bernard, significherà non precipitare stagionalmente in miseria, produrre dodici mesi l'anno, risparmiare nei sei mesi di secca a ogni persona sopra i sette anni un percorso bigiornaliero di cinque chilometri in discesa verso la fonte, cinque in salita con 30-40 litri di secchi d'acqua. Propositi. 
Trovare un ingegnere per fare il progetto, quantificare il cemento e i metri di canali per intercettare le piogge. Se il Signore vuole il monastero avrà una lungodegenza per Jordanie e altre persone come lei. Cresceremo e costruiremo quanto il Signore vorrà, e sarà una lungodegenza povera, ma con un pavimento pulito, una cura assidua, musica e colore, un tentativo di scolarizzazione, e moltissimo affetto e amore. 

Per i fondi partiamo da zero ma qualcosa di sicuro accadrà. Rivedo la sua mano che mi saluta, il suo sguardo incredibilmente materno nei miei confronti. 

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Janusz Gawronski

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VERSO LA GONAVE

La sveglia suona come sempre alle cinque, nel silenzio mattutino della mia casa a Croix de Bouquet. 
Galli proclamano il nuovo giorno. Padre Giuseppe arriva puntuale e inizia il primo giro di controllo: i serbatoi dell'acqua, i generatori, la cucina. Poi riparte verso il seminario per le preghiere e la messa delle 5.30. Chiudo uno zaino zeppo di ogni bene in previsione di restare una settimana sull'isola. Faccio l'ultima doccia. Raccatto contanti e occhiali. Si parte. Un pavone ci saluta con un canto stridulo. Siamo in due, in auto verso Miraguan, luogo di imbarco verso la costa occidentale della Gonave. 

È tardi. Bisognava forse partire alle quattro. C'è Port-au-Prince da attraversare, nella furia dell'ora di punta che qui è molto presto. Ci troviamo subito imbottigliati, fermi. Intorno ci superano altri veicoli, incuranti di invadere il marciapiede o la corsia inversa. La città brulica di esseri umani intenti ad affrontare un'altra normale giornata haitiana. Ad Haiti quasi tutto accade per strada. 

Attraversiamo il fiume-fogna della città. È in bassa nonostante le piogge. Fra quindici giorni sarà puro liquame. Passiamo Citè Soleil, famigerata per la prigione delle torture e per l'estrema violenza della bidonville. Passiamo il mio Wharf Jeremie, dove ogni giorno combattono suor Marcella e la mia Missione Belem. 

I taptap sono dappertutto. Il traffico inizia a scorrere. Passiamo un grande mercato ortofrutticolo. Scorgo insalate fresche, a centinaia, adagiate sull'asfalto su precedenti strati di roba in putrefazione. Una ragazza in tailleur rosso acquista qualcosa evitando di contaminarsi. 

Raggiungiamo l'altro capo della città e ci troviamo in campagna. Cemento spazzatura e rumore cedono la scena a boscaglie, mangheti, piccole aree coltivate a mano, mais sparso in crescita senza ordine e affollamento. Faccio fretta a Valentina, la volontaria che guida. Mi racconta qualcosa di se. Ha scelto di non tornare più, di dedicarsi al prossimo. Sposerà un haitiano. I genitori non hanno brindato. Succede anche questo qui. 

Passiamo un posto di blocco delle Nazioni Unite: sei mezzi bianchi, blindati e luccicanti, facce latine, ben pasciute, facce da gita turistica. Riconoscono dei "blancos" e ci lasciano passare, i mitra abbassati pronti all'uso. 

Valentina guida rapida e prudente. Supera, si fa superare, evita in corsa un grosso tombino centrale senza coperchio. Lo avessimo preso, qualcuno avrebbe finito prematuramente. 

Eccoci a Miraguan, un porticciolo ridente. Sono le 9.20, da orario la barca dovrebbe essere partita. Dalla macchina, ho chiesto più volte la direzione: si vu plè, le waf pou la Gonave? Nel formicaio umano di una stradina apparentemente bloccata, persone sorridenti ci incoraggiano a forzare e avanzare, quasi ci incitano, e lentamente si avanza. Davanti a noi un taptap si inchioda e inizia a caricare dei sacchi. La barca ci sfugge, ma qui non c'è fretta, mai. Infine una pingue donna sulla cinquantina, una specie di matrona tettuta della Miraguan-bene, estrae con eleganza una banconota, paga qualcuno, indica al taptap di poter ripartire, si gira verso di noi, e ci rivolge un pudico sorriso incipriato che vuole trasmettere scuse per il ritardo. Si volta e si allontana distinta. Mi imprimo in testa l'immagine di lei, perché quella donna ha ripetuto con esattezza alcuni gesti consueti di mia madre. 

Quando davvero non si può più avanzare, perché le bancarelle sono stabilmente piazzate in mezzo alla stradina, saltiamo giù dal pickup e ci avviamo a piedi, fendendo la folla. Altre persone ci indicano la direzione, accompagnandoci. 

Ci abbiamo messo poco meno di quattro ore a trovare il molo. La barca ovviamente è ancora lì. È proprio una barca. La stanno caricando alla rinfusa di sacchi di riso e simili. Curiosamente, a prua è pieno di pietre. Ci installiamo. 

Alcuni pescatori ci remano intorno in piroghe scavate nei tronchi. Pescheranno grosse aragoste da un dollaro. Ne fotografo una, nella quale si vedono perfettamente i nodi del tronco in negativo. Il sole picchia. Non c'è più fretta adesso. La Gonave è un sospetto disegnato nella foschia verso est.

Janusz Gawronsky

GONAVE, SABATO  -   MAGGIO 2016

Mi rovescio lentamente in testa una pentola di acqua fredda. 
I grilli intonano l'accompagnamento della sera. 
Simpatici miliardi di zanzare scaldano i sapienti pungiglioni. 
Io, ossa rotte di motocicletta, tento sull'iphone un riepilogo questo sabato 7 maggio nella perduta isola della Gonave. 
L'escursione di oggi doveva essere verso l'estremo nord, che mi interessava come potenziale sede per la solitudine e la bellezza paesaggistica, ma i nostri chauffeur haitiani in motocicletta non ne avevano voglia e chiedevano più soldi rispetto ai tremila gourd faticosamente concordati ieri sera. 
Per questo i fedifraghi ci hanno portato dove volevano loro, salvo mostrarsi risentiti alle mie rimostranze, intonando l'attesa litania che pas possib, rut pa' bon eccetera. 
Non gliene voglio, in effetti neanche su google risultano strade o piste, la giornata è stata comunque sommamente istruttiva, ma li avrei frustati volentieri, questi incorreggibili indolenti haitiani, e loro avrebbero avuto conferma che il bianco esiste per sfruttare e castigare i poveri neri bisognosi di tutto. 

Mi asciugo. L'asciugamano fa a gara con l'aria calda della sera. Mi spazzolo, appiccicando i capelli semilunghi sul cranio alla rodolfo valentino mentre avverto e inseguo un prurito sul collo fino a agguantare un esemplare adulto di cucaracha, che cade in terra, fa un paio di giri tramortita, poi inforca risoluta la via della salvezza di sotto a un mobiletto. 
La guardo sparire, stupito del suo ardire e della sua vitalità.  
Mi ricorda questo insopportabile haitiano che al mercato mi ha chiamato per dieci minuti Peter, si è messo fra me e le persone con le quali stavo parlando, mi ha detto che a lui non andava bene che io fotografassi la gente, e io I don't need your permission, get out of the view, allora questa specie di zecca mi ha comunicato che parlando con lui in creolo l'avrei dovuto pagare, che lo dovevo pagare, che era così e anche gli altri dovevano pagare finché gli ho detto che semmai era lui a dover pagare noi blanc se voleva parlarci, e lui ha fatto il sorpreso e il risentito e poi ha ricominciato la litania dei soldi, talchè alla fine mi sono piazzato a dieci centimetri e gli ho detto stop calling me Peter my name is not Peter e lui so what is your name you must tell me e io spazientito my name is Peter e do one thing for me now, stop it, stop, close your mouth, yes just do it, shut it e lui offesissimo e io deciso a offenderlo ancora di più pur di toglierlo dai piedi.  

Perché eravamo a Dent Grient dove c'era il mercato del sabato. Ci siamo capitati in mezzo, una visione festosa di uomini donne musica forte e il fango della pioggia appena cessata. Dent Grient è una radura polverosa di qualche centinaio di metri con due o tre case, una necropoli, e in occasione del sabato una variopinta umanità stracciona inframezzata a non meno di duecento asinelli e non meno kabrit, caprette dove tutti espongono qualcosa, direttamente per terra, chi un po' di patate dolci, chi cipolle, chi invece, più ricco, dei sacchi aperti e invitanti di fagioli neri, fagioli bruni, arachidi fresche, farina, farina di mais, mais intero, insalate, saponi grezzi da bucato. Giro a lungo fra centinaia di volti che non perdono un mio movimento, ipnotizzati da questo blanc in bermuda da spiaggia e canottiera che sfacciatamente registra un video di tutto quello che c'è inclusi i volti, le espressioni, i prodotti, le madri che allattano. 
Riconosco e saluto una bellissima nera che già avevamo fermato e salutato sulla pista, ore prima, e aveva una bimbina lattante in braccio, ma adesso la bebè non c'è e le domandiamo dove l'ha ficcata e lei indica una bancarella più avanti. Le donne più anziane hanno meno pudore a chiamarci, blanc blanc ici blanc affinché vediamo e compriamo la loro merce. In generale c'è uno sconfinato sussiego nei loro volti verso il bianco che passa, al punto che se guardati diversi si coprono il volto e accennano una risata di imbarazzo. 
Una donna antica che potrebbe essere mia zia Nella dipinta da modigliani mi parla dei suoi fagioli, mi spiega le due varietà del suo stand, finché resto estasiato dal suo sorriso e le chiedo il permesso di fare photo. 
Acconsente. 
Dopo due scatti a bocca serrata la incoraggio a sorridere e lei finalmente sfoggia uno o due bellissimi denti d'oro zecchino, artigianali, forse i primi che vedo così visibilmente fatti a mano, e quel sorriso vale la giornata. 

La visita al mercato prosegue in un susseguirsi di conversazioni godibilissime. 
Ci ferma un signore sulla cinquantina a braccetto con un numero imprecisabile di figlie e nipoti, tutte femmine, ci parla cordialmente e ci chiede di che progetto siamo, perché un blanc qui può stare solo per qualche progetto umanitario, e le ragazze guardano ammirate questo padre nonno che sa parlare alla pari con i misteriosi bianchi. 
Uno più anziano e sdentato ci si para davanti non appena ci incamminiamo e fa per abbracciarmi, occhio svelto, raccontando in creolo un suo discorso che non capisco. Lo abbraccio e gli carezzo il cranio e poi mi sciolgo. 
Chiede cibo. Infine gli diamo qualcosa ma non molto, lui smette i panni del simpatico, fa la faccia corrucciata da bottino magro che avrebbe fatto mio figlio Marcello qualche anno fa scoprendo che il suo biglietto della lotteria ha vinto una chincaglieria inutile. 

Adesso stiamo veramente andando. 
Intravedo il mio Peter. 
Grifagno ci segue da qualche metro, scottato dalla mia durezza. Nella sua psiche assistenzialista ha un conto aperto con un blanc che gli ha mancato di rispetto. 
Decido di farci la pace, muovo verso di lui sorridendo, lui arretra con una smorfia e grida we no friend! ma io avanzo e lui ci ripensa e sorride e mi abbraccia e venti bocche intorno sorridono e lui non mi molla la mano e mi parla ancora di soldi e ora come ultima strategia mi spiega che gli servono 50 gourdes, e io dentro mi contraggo e penso che se dovessi distribuire soldi lui sarebbe il meno bisognoso e l'ultimo al quale darei alcunché e mentre salgo sulla moto gli dico if you want money go to work e parto lasciandolo a bocca asciutta. 

Scrivo queste note nel buio pesto delle nove di sera, sdraiato nell'amaca che ho provvidenzialmente acquistato il giorno prima di salire in barca. A pochi metri c'è il mar caraibico, questa sera tranquillo in svariate sfumature di viola. 
Il frastuono dei grilli mi rammenta certi posti di un amore furtivo ad Ascea, nel Cilento. L'amaca non è un'amaca come sarei abituato: di infiniti cordini annodati a rete,  che tengono ogni lembo di te intrappolato esattamente dove ti appoggi, no, questa è di stoffa rossa grezza, piacevole alla vista e al tocco, che rispetto a quelle a rete regge meno l'inclinazione, nel senso che il mio corpo dal lato superiore scivola ciclicamente verso i piedi, ma per il resto si adatta alle mie protuberanze e risulta comodissima. 

Ripenso a una donna dignitosa che ci ha mostrato la chiesa di Santa Cristina, incompiuta, voluta dalla sua comunità nel mezzo di campagne apparentemente deserte, costruita tassandosi tutta intera la comunità, finché i soldi sono terminati prima che si giungesse al tetto. Ho pensato: che costruite a fare una chiesa, in questa miseria che vi uccide? Ho pensato: già, fanno come ho spesso pensato io stesso, di arrivare in un posto e per prima cosa costruire un tempio a nostro signore: gesto di pace, di relazione con lui, di affidamento. La donna emana naturalmente una sua intensità. Si vuole bene. Ha anche un avanzo di lucido rosa su un'unghia del piede.

Ripenso pure a novanta bambini che fra due giorni essendo lunedì si presenteranno nella scuola cattolica a venti metri da qui e cercheranno di non addormentarsi per la fame ma comunque se non dormiranno piangeranno, e lasceranno la scuola a fine ricreazione delle dieci a meno che il parroco abbia reperito i circa sei chili di riso e fagioli per mettere loro qualcosa in corpo, e comunque la metà non raggiungerà i sedici anni. Per questi novanta, un progetto subito. Il cervello gira a mille per mettere insieme una soluzione con le poche risorse alla vista. Signore, fai tu. 


Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky


www.gasmuha.org



I viaggi di Janusz

LA PLI TUMBE' alla GONAVE
domenica 8 maggio 2016

Siamo in quattro su instancabili moto cinesi da sei ore in trasferimento su piste di terra grassa o rocciose quando la pioggia lungamente annunciata finalmente entra in scena. Questo è un tratto di altipiano terroso dove le rocce danno tregua alle sospensioni e la palta inganna l'equilibrio e non ha senso proseguire perché sotto questa acqua le moto svarionano, ruote e catene si intasano di mota, l'incedere ricorda gli austriaci a mollo nelle risaie allagate da Cavour. 

Ci ripariamo sotto una piccola tettoia in mezzo a un nulla di savana impregnata. 
C'è una gallina che razzola indisturbata dalla cateratta d'acqua, non sembra neanche bagnarsi, è come certi signorini inglesi che almeno nei libri riescono a sostenere un incontro di pugilato e avere ragione degli avversari senza neanche spettinarsi. 
La gallina impermeabile è piccola e chiara, più o meno simile a una nostra americanella. Devo pensare che anch'essa sappia compiere brevi planate, differentemente dalle cugine ovaiole. 

Sotto la tettoia siamo in sei, incluso un ragazzo del posto che ci sorride e inizia un dialogo dal quale l'inesistenza del mio creolo mi induce ad astrarmi. 
Non mi torna qualcosa. Metto a fuoco quello che credo di aver visto. La gallina signorina. 
La cerco a destra, la ritrovo spostata più in centro, fra i bambù. 
Ecco: mi fa strano vederla inseguita da un solo pulcino, uno e basta. Maternità pianificata? Pennuta single? Dove sono gli altri? Non si è mai vista una gallina iniziare a covare un solo uovo, ma piuttosto dodici o tredici, né si è visto che su una dozzina solo uno si dischiuda, e nemmeno si è visto un contadino tanto imbranato da sottrarre uova da una cova avviata. La pioggia perde consistenza. Il gruppo ancora si ripara, e parla fitto di qualcosa che non mi tange. Deve essere successo qualcosa sì, qualcosa a madam la pul, durante o appena terminata la cova, ma ad opera di qualche predatore, una covata sfortunata falcidiata da ratti e forse corvi. Deve essere andata così. Provo un surrogato di pena per lei e mi domando: posto che se togli a una gallina un pulcino, lei lo cerca disperata per circa un'ora e non di più, quanto durerà il suo ricordo di un piccolo rapito, di due, o di dieci? Per quanto proseguirà il suo frenetico razzolare spostando foglie e zolle, magari per istruire e sfamare un solo ultimo cucciolo, e per quanto manterrà la memoria e il dolore per gli altri svaniti? 

La pioggia smette. Il suolo caldo esala copiosa nebbia tropicale. Mi ritrovo a camminare in coda agli altri. Le moto chiedono minuti preziosi affinché la terra beva il liquido appena atterrato. Il ragazzo che sorride ci accompagna a vedere qualcosa di molto importante per lui: il suo campo di arachidi. Ora siamo alle soglie di una spianata di terra rossa di almeno duecento metri. Non vediamo nulla, se non terra rossiccia e piatta frammista a delle simpatiche erbacce fiorite che si protendono a infestare le zone scoperte. Il ragazzo capisce che non capiamo. Si accovaccia, solleva l'angolo di una erbaccia come se richiamasse per l'orecchio all'attenzione uno scolaro distratti, ci mostra un'arachide in formazione, coronata da piccole radici in espansione: una specie di fagiolo, che si trova sottoterra, non sopra come ho sempre immaginato. La ripone e ricopre di terra con cura, quasi che il raccolto possa essere compromesso se quella singola spagnoletta dovesse perdersi per sua leggerezza. Si alza, ci spiega che bon Dieu ha fatto piovere molto, quest'anno il raccolto non dovrebbe mancare, non come tre e due anni fa, 2014 e 2015, quando la pioggia si è negata per due stagioni della pioggia in fila, due estati e autunni in fila, determinando grande carestia e  la fuga a Haiti di una parte della popolazione, nonché la morte di quasi tutte le bestie: capre maiali asini e cani, e i figli dai nove anni in su imbarcati nella speranza che qualcuno sulla costa si impietosisse e li prendesse in casa come restavec e li facesse un po' studiare. Immagino uno dei miei, accompagnato a nove anni a un treno e spedito solo nel nulla a bologna per salvarlo dalla peste a firenze. Fermo l'immagine. Preferisco non immaginare. 

Riprendiamo la strada verso un paesino dell'interno di nome Tamarin in ragione di tre grossi alberi di tamarindo che caratterizzano la sua piazza centrale. Ci arriveremo dopo molte tratte percorse a piedi, a volte precedendo le moto ferme  a liberare le catene o pompare una gomma loffia, altre volte inseguendo le stesse moto andate avanti più leggere su tratte impossibili per il fango o la pendenza fra le rocce. Tamarin si rivelerà un buco per noi inspiegabile, non vedremo un barlume di ragione perché gli chauffeur abbiano ritenuto di infliggerci tre ore aggiuntive di moto per arrivare al nulla. Forse la chiesa abbandonata. Forse una loro interpretazione al buio sulle nostre aspettative turistiche. Non ha senso protestare. Tutto può avere senso, tutto può parlarci. 

Tornati a Port du Bonheur, andiamo in cerca del pastore metodista che a quanto pare con la sua scuola ha stracciato la chiesa cattolica romana 250 alunni a 90, una caporetto che ancora con Ratzy non sarebbe passata inosservata, mentre con Francesco l'importante è il benessere del gregge, chiunque ne porti l'odore addosso. Il pastore non c'è. Ci fanno accomodare. Passa e saluta un vegliardo inoffensivo. Passano due uomini e ogni volta ci alziamo e stringiamo le mani e chiediamo se sono loro il pastore, ma non lo sono. 

Seduto quieto su una sedia, osservo sul cemento un'unica formica disorientata, che gira in tondo senza meta. Dieci minuti di osservazione mi tolgono ogni dubbio sul suo spaesamento in questa landa umana ostile. La formica non sa dove deve andare, forse le mancano i riferimenti olfattivi, l'odore dei microluoghi, e dunque insiste a camminare speditamente ma esitando, e cambia continuamente idea, talchè è sempre allo stesso punto, finché non ripeto l'esperimento di altre volte e inizio a tamburellare con le unghie sul cemento alla sua destra, e la formica a comando inforca risoluta la direzione del suono, ma poi si ferma e torna incerta non appena il suono viene meno. Dal che deduco a) che anche questa formica ci sente, e b) un rumore di unghie che tamburellano costituiscono anche per lei come per altre colleghe in altri contesti alienanti motivo di attrazione - forse suicida? - o di soluzione del precedente problema di orientamento, ma ignoro che soluzione sia per diverse formiche il mio tamburellare. 

A Port du Bonheur ci aspetta Violine, una nera dinoccolata e protesa alla Olivia di bracciodiferro che ci racconta della grande siccità, e intona: messi bon die, messi bon die, la pli tombé, mais poussé, tous le peti bongo z'aller mangè. Ascoltiamo a lungo lei e altre figure preminenti della comunità in cerca di storie per comporre il nostro quadro della situazione. Parliamo per ore senza fretta e il luogo ci penetra con gli ultimi sprazzi di luce, appena sufficienti per ricaricare l'iPhone che sto pigiando nottetempo nell'incavo della mia amaca di stoffa colorata.


Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky


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I viaggi di Janusz "Agricoltura fra le rocce"

AGRICOLTURA FRA LE ROCCE

9 maggio 2016

Giungo alla constatazione che Port du Bonheur, nel nord-ovest della Gonave, conosciuta in questi giorni come comunità serena sebbene in estrema difficoltà, è meritevole di uno sforzo per uscire dall'emergenza in cui storicamente versa. 
La considero una decisione presa, alla quale non possono che seguire atti materiali e immateriali di amicizia e cooperazione. 

Oggi abbiamo camminato a lungo per le campagne della zona. Ho voluto rendermi conto bene anche di questo aspetto che è tutt'altro che marginale: di che vivono, da dove arriva loro la sussistenza primaria. 

Emerge che più o meno tutti coltivano. La bassa costa antica si eleva dolcemente, di pietra in pietra, finché dopo alcune centinaia di metri le zone rocciose iniziano ad alternarsi con vallette di terra rossa, ampie da pochi ad alcune centinaia di metri, dove coltivare è possibile. 
Essendo in vigore una buona stagione delle piogge, il colpo d'occhio è fertile e quasi verdeggiante. Quando cesseranno le precipitazioni cesserà quasi la vita. 
Perché qui l'acqua, o meglio la sua presenza o mancanza, dominano le esistenze come un tempo il capriccio del faraone. 
Come ho già raccontato, tre e due anni fa è stato un dramma biblico, di cielo che negava l'acqua e la terra che espelleva i suoi figli verso la terraferma di Haiti, le famiglie divise, i poderi abbandonati, le folle urbane di disperati ingrossate. 
Accadde appena diciotto, ventiquattro mesi fa, per la banale assenza di qualche camion di cemento e sabbia per realizzare un po' di invasi dell'acqua piovana. 
Non deve più accadere, almeno non qui a Port du Bonheur, dove con l'aiuto di uomini di buona volontà cambieremo in meglio due o tre cose. Perché oggi eravamo anche in visita in due scuole della comunità, due strutture misere per 390 bambini, e nonostante la gioia delle divise e le canzoncine dedicate a noi blanc non ho potuto fare a meno di registrare bambini troppo bassi per la loro età, cresciuti sotto media a causa degli scorsi anni duri, della insufficiente alimentazione che è diventata malnutrizione cronica, crampi, ulcere, sofferenze, mancati apprendimenti scolastici, e morti. 
Gli haitiani si fanno belli di fronte agli stranieri, i bambini stupendi ricambiano sguardi con volti da sogno, ma se vai nel locale ufficio di World Vision apprendi che solo il 13% ha ricevuto i vaccini di base, la crescita fisica e psichica è rallentata, le diaspore post siccità distruggono il fragile tessuto sociale. 
Così quando una bimba di forse quattro anni mi sale sulle ginocchia e inizia a giocare con i miei capelli, so già che prima o poi dirà mua gran gu, ho gran gusto, cioè ho fame, e quando lo dirà per me sarà lo stesso Gesù a parlare, forte e chiaro, che devo stare qui e portare soluzioni. 

Ecco dunque queste proprietà di terra, appena fuori l'abitato, delimitate da arcigni filari impenetrabili di cactus, da muretti a secco, raramente da fili spinati. 
La terra rossa si sfarina quasi in polvere, come se non fosse stata aspersa appena due giorni fa da abbondanti piogge. 
Le stesse piste di fango fra un podere e il successivo sono nuovamente solidificate. Qualche appezzamento è abbandonato mentre altri sono stati seminati a manioca, mais, angurie, fagioli, ma non come da noi, in file regolari, bensì alla rinfusa, una pianta di mais qua e una un po' più avanti, e in mezzo tutto il resto come capita. 
Non c'è traccia di un concetto di coltivazione intensiva, di meccanizzazione, di pesticidi, diserbanti e fosfati. Queste colline vantano il non aver mai udito in milioni di anni la canzone rauca di un trattore o di una trebbiatrice, e neanche a quanto pare di un aratro tirato da animali, perché qui non c'è traccia di aratura, ma solo di buchette scavate per infilare un seme nel terreno lieve così com'è. 
Alla domanda perché non seminano a zone, rispondono convinti che le dimensioni del terreno non lo consentono. Una volta realizzato il primo deposito dell'acqua sarà semplice convincerli a seminare file omogenee di coltivazioni, più facili da innaffiare senza sprecare acqua. 

Passiamo da un podere al successivo. Ovunque vediamo una sola persona china a lavorare. Salutano, ci regalano più volte meloni e angurie. Un uomo sta diserbando a mano con il machete che fruga le radici e mucchietti di erba che si accumulano pu' kabrit, per le capre. 

Guardo le alture circostanti, domandandomi su quale e quanto distante da chiunque mi installerò. 
Torniamo nell'abitato e incontriamo un anziano che ci mostra l'indice destro pastoso avvolto in nastro isolante blu, spiega qualcosa, indica il dito e un gesto di collisione, forse una martellata, ma non sa spiegarsi e dunque la vecchia che gli sta accanto e ha già tentato di prendere la parola più volte adesso procede senza consultare nessuno a smontare il nastro per mostrarci il problema, a da sotto la fasciatura elettrica emerge un dito nero caldo e gonfio dove una certa ferita non risulta visibile a causa di una specie di tappo di cera gialla curativo che evidentemente è stato applicato sopra il taglio infetto. 
L'uomo guarda verso me come se fossi un medico, e mi viene in mente di indicare sotto l'ascella e domandargli se anche lì gli fa male, e l'anziano pronto annuisce e indica proprio la ghiandola subascellare che a me aveva fatto molto male la volta di un'infezione estiva sfuggita di mano, e a questa conferma gli dico di prendere domattina la barca per Miraguan e presentarsi in ospedale senza indugio perché l'infezione è già avanzata. 

Sono passate le 21 qui a Port du Bonheur dove il buio si è fatto spesso, indisturbato da inutili luci accese. I grilli stasera producono frastuono dodecafonico, la dormiente comunità di persone e capre respira in pace tuoni distanti dall'interno di case modeste abitate da speranze piccole di sopravvivenza. 
Nel buio, lo schermo del mio iphone è spesso esplorato da bestiole alate attratte dallo schermo. Mi alzo a stanare un cane o gatto che ha appena tentato di impossessarsi della nostra mezza cena di riso e granchi avanzata, il quale si è tradito mandando una pesante ciotola a volare per terra. 
E ripenso alla follia di non aver fin qui scavato pozzi, come se non bastassero due braccia e un piccone per iniziare. Intendo iniziare dalla scuola e dall'agricoltura, i due fili conduttori di tante situazioni da portare avanti. 
Si può cambiare molto con poco


Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky




I viaggi di Janusz "Una Sacrestia"



UNA SACRESTIA

Cotto a puntino dalla navigazione su questa barca a vela lenta e antica ho giaciuto dal lato sbagliato parlato a lungo con un haitiano avanti succhiato un mango sottratto ai preti cercato ristoro nuotando fuori dal paese colpito da raffiche di sole incendiato che oggettivamente meritava ombra e sera. Ho la faccia imbistecchita e il cranio in ebollizione di pensieri oscillanti da maschili a femminili ancora a maschili dove spiegare la differenza richiederebbe silenzio da parte di una ex schiava che mi interrompe che prego quando dietro sta scalciando una porta di chiesa corrosa con salsedine che ha portato dalla sua il cemento le onduline del tetto e le grate incerte una volta sommariamente smaltate e a me il suo scalciando scalcinato arruola un sopito vezzo bacchettone di shhhht silenzio qui si adora il santissimo chettiridi sguaiata tu mallei mi cerca mi incalza mi chiama in sacrestia blanc vien blanc ici 'garde pianò e io guardo pianò e incontrollabilmente immagino un sinuoso volo di calabrone strimpellato con mani di osso da un sordo indiavolato defunto haitiano Beethoven.

Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky


IL BUCO DEL DIAVOLO
Gonave 15.5.2016

Il mio viaggio ad Haiti si avvicina al termine. Sospeso nella solita amaca resisto al sonno per assaporare ancora le crescenti emozioni policrome di questi giorni accaduti e consegnati alla memoria con il marchio di fabbrica dell'inatteso e dello stupore infantile del sottoscritto al cospetto di una realtà protagonista dichiarante tutto. 

Rileggendo l'ultimo pezzo intitolato UNA SACRESTIA ho capito di aver preso troppo sole su una certa barca per la Gonave e troppo caldo per il mio fisico da blanc piedetenero europeo con l'effetto di straparlare come se avessi tirato i dati per estrarre dalla mente scottata termini casuali non necessariamente ammessi nello Zingarelli. 

È stato strano giovedì mattina arrivare a Port-au-Prince dalla Gonave dopo un viaggio laborioso fra persone capre galline per poi incontrare un volitivo e un po' disperato contatto-prete rendermi conto di dover compiere del lavoro a quattro mani per arrivare a qualche risultato decidere di ritornare lo stesso giorno con lui e quindi rifare a ritroso tutta la strada fino a Port du Bonheur, capre incluse. 

Fanel è un prete dell'alta borghesia haitiana esiliato qui alla Gonave dal nuovo arcivescovo post terremoto con il cadavere del predecessore appena estratto dalle macerie della cattedrale per portare a mani nude la presenza della chiesa cattolica dove non si era mai vista in 500 anni: un compito difficilissimo da eseguire in un contesto di bisogno materiale assoluto e un ambiente negativamente preavvertito contro Roma da un'antica rappresentanza metodista. Qui i protestanti dominano probabilmente dai tempi dell'americanissimo "re bianco", un sergente dei marine in forza al contingente di occupazione che negli anni venti e trenta ha pacificato è gestito l'isola, sergente che fece invaghire la locale regina taino, fu incoronato, visse e regnò bene per tre anni finché fu richiamato in patria, ordinatamente abdicò, partì al termine di una grande festa e una volta a New York scrisse anche un simpatico libro sulla vicenda. Cosicché qualunque cosa esista sull'isola, pista mulattiera o molo, qui ti racconteranno che bisogna ringraziare i metodisti, quelli che ti danno un pezzo di pane e nel mentre che lo mastichi ti indottrinano sulla falsità dei preti sull'erroneità del culto della vergine e sulle smanie di potere del papa e dei suoi rappresentanti. Così mi stringe il cuore di assistere alle celebrazioni di Fanel nella chiesa già pericolante dopo appena tredici anni di esistenza che non fosse per lo spettacolare favo in sacrestia andrebbe demolita domattina a tutela dei fedeli, ed eccolo Fanel Florestal di Port-au-Prince alta predicare davanti a uno sparuto gruppetto di dodici improbabili discepoli costituiti da tre collaboratrici, due anziani, tre pie donne e alcuni bellissimi compunti bimbi scalzi che per fortuna cantano a squarciagola. Provo a immaginare come devono vivere i poveracci illetterati indigeni la differenza frontale fra gli abbastanza misteriosi solenni concetti paramenti gesti riti cattolici e la predicazione meno strutturata e paternalistica dei metodisti. Mi sento meglio per padre Fanel quando scopro che si è conquistato un posto in primo piano costituendo e gestendo il consiglio dei notabili della comunità, lo scopro arrivando una sera in moto malconcio per una caduta sul pietrisco della pista e trovando il comitato in riunione con Fanel saldamente al comando, e faccio in tempo ad ascoltare abbastanza per capire che davvero le decisioni che contano si discutono e assumono qua, nell'interesse di tutta la comunità, laddove l'interesse della comunità si declina su temucci lievi tipo come riempire la pancia almeno dei bambini e come far fronte alla perdurante siccità che asseta e uccide la campagna dal cui raccolto tutti preoccupatissimi dipendono. 

Così mi rendo conto che il signore le cose le fa bene, mi ha mandato allo sbaraglio a risollevare una comunità non si sa come e soprattutto con che energie, ed ecco qua: oltre venti figure preminenti sono sedute per due ore ad analizzare e decidere esattamente come farebbero dei veri manager. Capisco che nulla sarà impossibile perché questa poverissima comunità possiede una leadership sufficientemente unita in grado di trascinare tutti. 

Compio sopralluoghi al fronte mare, l'abitato, le valli e colline circostanti. Cerco di capire dove può avere successo scavare un pozzo che sarebbe il primo assoluto nel raggio di ventitré chilometri. Percorro le collinette rocciose per valutare dove è meglio costruire il primo megaserbatoio per l'agricoltura m, la scuola, la discarica, e prima o poi la mia casa, per la quale sono combattuto fra stare  per conto mio su qualche altura o per conto mio in un qualunque punto deserto della stupenda vergine costa caraibica. Girando per la zona faccio incontri commoventi. Una matrona mi offre un'anguria staccata dalla pianta alcune ore prima e tenuta all'ombra di un cespuglio perché "se la mangi calda è diarrea garantita". Una vecchia vicina ai cento anni dai capelli lunghi lisci bianchi come qui non si vedono sta accovacciata davanti alla sua tana, bambina in attesa di liberazione accovacciata così da anni perché raccontano che così si è atrofizzata un giorno e non si alza più e sta davvero accovacciata come una fachira ma senza ingoiare chiodi e in qualche modo sopravvivendo  certamente di carità. Due donne chiacchierano sedute su sassi mentre ai loro piedi dormono due bimbi di non più di tre o quattro anni direttamente con la faccia e le gambe nella polvere del suolo. Una donna accudisce all'ombra di una specie di simil-ulivo un anziano rassomigliante mio padre che anch'esso non cammina più e passa in questo modo le giornate sdraiato a terra su una coperta, laddove io ricevo la netta sensazione che a questa estrema indigenza non corrisponde automaticamente una minore felicità e serenità rispetto alla ricchissima Europa, anzi, nemmeno sei ti prende un cancro e non c'è un ospedale per te. Inizio per questo a sospettare che qui si viva con più gratitudine e si muoia con più serenità e meno drammi egotici che da noi. 

Elenco di seguito i titoli delle criticità che ho rilevato nei giorni scorsi per questa gente di Port du Bonheur partendo da quelle di sopravvivenza:
l'assenza totale di acqua per l'agricoltura che defalca  i raccolti e li distrugge nella stagione secca ottobre-aprile, causando malnutrizione cronica e fame dai neonati in su, che a loro volta producono acuta sofferenza fisica e psichica, sottosviluppo fisico dei bambini, patologie diffuse allo stomaco e al resto dell'apparato digerente eccetera. L'assenza assoluta di tubazioni e acquedotti che determina il forzoso spostamento per molti chilometri di persone e animali verso i punti d'acqua  ovvero il trasporto del prezioso liquido a dorso d'asino verso animali e persone. 
L'assenza assoluta delle basi minime di un qualsivoglia sistema sanitario: che distribuisca visite esami diagnosi medicinali cure ambienti sterili al bimbo con l'otite alla bimba che morirà di dissenteria alla puerpera che partorirà una Jordanie paraplegica in una capanna assistita da una vecchia con null'altro che una vecchia gillette arrugginita per tagliare il cordone ombelicale. 
L'assenza nella stagione secca di acqua dolce per lavarsi, dolce e potabile per cucinare e bere;  nella stagione umida la disponibilità per le stesse esigenze di sola acqua piovana colata negli invasi da onduline e grondaie arrugginite. La necessità di procacciare a pagamento e trasportare via mare da Miraguan galloni di acqua trattata da bere
L'assenza quasi assoluta di latrine, e assoluta di fogne fosse biologiche eccetera
L'assenza di scuole, o meglio la presenza di scuole unicamente primarie abbastanza eroiche da andare avanti in aule baraccate quasi senza libri e quaderni, dove comunque con mia grande ammirazione ho constatato che tutti i bambini parlano un po' francese e che al quinto anno una classe sta affrontando con successo espressioni frazionarie impegnative
L'assenza assoluta di strade per trasportare persone animali prodotti agricoli acqua materiali, laddove le cd strade esistenti sono piste rocciose e quando 
piove fangose dove auto e camion non passano ma solo e con difficoltà motocross, e con facilità unicamente esseri viventi a due e più zampe. 
L'assenza assoluta di illuminazione stradale
L'assenza assoluta di corrente elettrica, che significa ad esempio non poter congelare il pesce pescato per poterlo portare con calma a vendere sui mercati di Haiti 
L'assenza di alberi 
L'assenza quasi assoluta di alberi da frutta (in primis mango banana papaya) 
L'assenza di un trattamento dei rifiuti, che sono da tutti gettati a terra a popolare le strade

Potrei andare oltre ma alle ore 1.36 locali le zanzare arrembano e la batteria dell'iPhone si sta arrendendo, certamente in virtù di una nuova app che calcolando le mie ore di sonno utili fino alla prima riunione con Fanel sa esattamente quando ho molto sonno ed è meglio obbligarmi a chiudere. Domattina proseguirò a mettere ordine nelle idee e tirando le somme di un mese denso di spostamenti ricognizioni ascolto di lamenti scontro con parassiti acquisizioni di informazioni su problemi cronici mai affrontati confronti con comunità dimenticate, una messe di dati emozionali e pratici che mi ha caricato al punto giusto cuore e neuroni per arrivare a un dunque a vari livelli. Domani sera ho fatto convocare a padre Florestal il Comitato per affrontare una serie di azioni che vorrei fossero eseguite prima che io torni qui ad agosto, fra le quali
Pulizia integrale dell'abitato e delle spiagge da spazzatura e conchiglie (stimo 50-100 metri cubi)
Realizzazione del primo pozzo agricolo al centro della piana per il quale prometterò l'invio di 5-6000 euro
Identificazione di almeno 4 ettari di terra fertile comunitaria e messa a coltivazione intensiva dal pozzo di frutta e verdura con irrigazione manuale per assicurare un plat chaud giornaliero almeno ai bambini e ai vecchi
Con 2-3.000 euro che prometterò, intubare, dotare di pompa di sollevamento a pannelli solari e portare a un abbeveratoio da costruire sull'altipiano a 80 metri di distanza l'acqua di una specie di grotta che c'è esattamente in mezzo alla piazza del paese, grotta definita con timore Buco del Diavolo (il cui laghetto sotterraneo di acqua quasi dolce è probabilmente la ragione unica per la quale esista qui in primo luogo una antica aggregazione di persone). Un tempo il Buco del Diavolo ha ingoiato dei bambini, scivolati dentro e mai più emersi. Oggi scema l'ascolto del voodoo che vorrebbe quel luogo simultaneamente diabolico, sacro, intoccabile e malefico. Questa piccola opera risparmierà una certa fatica giornaliera per i circa 300 secchi da tempera che ogni giorno alcuni giovani calano con una corda, tirano su in obliquo per otto metri, mettono sulla testa e trasportano a 80 metri al più vicino punto accessibile dai propri animali, i quali arrivano anche autonomamente verso quest'unica fonte d'acqua fino da Dent Grient che si trova a 15 km. Questo lavoro i giovani lo fanno da sempre e potrebbero anche andare avanti così. Tatticamente mi sembra il modo migliore per comunicare che da oggi si fa sul serio, si risolvono velocemente problemi antichi, la musica è davvero cambiata: un punto a favore della credibilità del Comitato, che dovrà poter chiedere e ottenere per alcuni anni a venire molti sacrifici e parecchio lavoro comunitario non retribuito per iniziare una nuova era senza aspettare interventi esterni che si faranno attendere ancora molto a lungo. 

Ecco, questa è la prima lista, il riscalda, in attesa di lanciare progetti più ampi e strutturati da settembre. È essenziale che le persone riescano a fare questo da soli e per convinzione, senza litigare ma collaborando. Signore riempili di coraggio, inizia l'avventura. Alle ore 2.30 - 10.30 di martedì in Italia - vorrei finalmente mandarti questo pezzo ma il ripetitore Natcom come al solito di notte è spento, segno che da queste parti persino i ripetitori dei cellulari vanno a pannelli solari con batterie usurate che non tirano l'alba. 
Buongiorno da Haiti!

Dall'Isola della Gonave
Janusz Gawronsky




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